Prigionieri di Mani pulite

- Giuseppe Frangi

Giorgio Napolitano ha visitato San Vittore. Quella delle carceri è questione che riguarda anche la coscienza dei cittadini: la cultura giustizialista ha fatto gravi danni. GIUSEPPE FRANGI

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Immagine di archivio

È stato un gesto forte quello che ieri Giorgio Napolitano ha voluto compiere visitando il carcere di San Vittore: non era mai accaduto che un presidente della Repubblica mettesse piede in quello che resta il carcere simbolo nel bene e soprattutto nel male del sistema penitenziario italiano. Napolitano aveva già alzato la voce all’indomani della condanna arrivata all’Italia dalla Corte europea per i diritti dell’uomo. Lo ha ricordato lui stesso ieri, nel discorso tenuto a San Vittore: «Ho più volte, e anche molto di recente, colto ogni occasione per denunciare le insostenibilità delle condizioni del carcere e di coloro che vi sono rinchiusi e avrei auspicato che i miei appelli fossero accolti in maniera maggiore di quanto sia accaduto». La politica, nelle fibrillazioni della campagna elettorale, ovviamente si è guardata bene dall’approcciare l’emergenza e dal proporre soluzioni che potrebbero rivelarsi terreno scivoloso dal punto di vista del consenso e quindi dei voti. Proprio in fine di legislatura era stato vergognosamente bocciato in Senato un disegno di legge sulle pene alternative proposto dal ministro Severino.

Ma lo “scandalo” non finisce qui, perché come ha detto Napolitano, il sistema così come oggi è concepito è un’aperta violazione dell’articolo 27 della Costituzione secondo il quale «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». Oggi invece il carcere è una sorta di circolo chiuso, causa l’altissimo tasso di recidiva: chi finisce in questo girone infernale difficilmente ne esce. Questo perché si trova, una volta fuori, senza alternative. C’era una buona legge, la Smuraglia, che aveva dimostrato tutta la sua efficacia favorendo il lavoro nelle carceri (e abbattendo in maniera drastica la recidiva) ma è una legge che stava per essere affondata con i tagli del Governo Monti. Solo in extremis sono stati trovati 16 milioni all’interno del Decreto Stabilità che si spera vengano destinati davvero a rafforzare le esperienze di lavoro in carcere.

Prendersela con le oggettive inadempienze della politica rischia però di non essere sufficiente. Come ha sottolineato con onestà Napolitano, quella delle carceri è questione che riguarda anche la coscienza dei cittadini: la cultura securitaria da una parte e quella giustizialista dall’altra hanno fatto tantissimi danni, facendo sì che a livello di opinione pubblica la vergogna delle carceri non sia affatto avvertita come tale. Chi lavora nella carta stampata o nell’informazione sa che questo è un tema che raccoglie sempre pochissima audience nel pubblico, per quanto sia drammatica la situazione raccontata. 

Forse bisognerebbe toccare con mano e vedere con i propri occhi la condizione concreta e quotidiana dei detenuti di San Vittore per rendersi conto di quanto sia umanamente intollerabile: vedere cosa significa stare stipati nelle vecchie celle di piazza Filangeri dove ieri, giorno della visita di Napolitano, erano rinchiusi 1.470 detenuti e 100 detenute, vale a dire quasi il doppio di quanto prevederebbe la capienza. 

Tra qualche settimana, sempre che qualcuno non si metta inopinatamente di traverso, nel carcere di San Vittore dovrebbe arrivare per qualche mese la Pietà Rondanini, capolavoro estremo di Michelangelo. È una scelta profondamente simbolica, che certamente non cambia di una virgola la vita concreta dei detenuti, ma che può aprire un varco nella coscienza comune. Mi ha molto colpito come l’assessore (laicissimo) cui va il merito di questa iniziativa, Stefano Boeri, nel motivarla abbia sottolineato «il vuoto che il concetto di pietà oggi incontra nella politica, nell’economia, nella cultura contemporanea». La pietà non è un sentimento residuale, ma è una ferita per quella condizione umana che muove il cuore e la ragione di ciascuno. Certo il carcere ha bisogno di una politica meno irresponsabile. Ma ha anche bisogno di cittadini che guardino oltre quelle mura con un altro cuore.

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