Il nuovo germoglio

- Pierluigi Colognesi

La sensazione diffusa di invecchiamento nella società muove verso l’esigenza di cambiamento.  PIGI COLOGNESI invita a scorgere i germogli che rappresentano il rinnovamento

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Un parco con alcuni alberi in fiore

Tutte le forme di vita – quelle associate e quelle individuali, ma qui parlo delle prime – invecchiano. Né il rutilante cambiamento prodotto dallo sviluppo tecnologico, né l’affastellarsi di notizie e sollecitazioni sempre nuove, né il dischiudersi di opportunità inattese possono fermare la traiettoria dell’invecchiamento. Pensiamo a quella strana forma di vita associata che chiamiamo Europa: esiste da millenni e da poco più di mezzo secolo si è data precisa configurazione organizzativa ed è proprio tale struttura che ci appare ora il contrario della freschezza giovanile, tanto da giustificare appieno l’aggettivo che qualifica il nostro continente: vecchio. Pensiamo al nostro Paese scombussolato dai recenti risultati elettorali: è così evidente la sensazione dell’invecchiamento che tutti i politici hanno esortato – con differenti toni e poi con differenti successi – al «cambiamento» e si cambia una cosa che non funziona più proprio perché è superata, invecchiata. Del resto in Italia pure il dato anagrafico è paurosamente inclinato alla senilità.

Anche al livello delle convivenze più quotidiane il fenomeno si ripresenta. Una comunità nata in base agli ideali evangelici scopre di essere scivolata dall’entusiasmo iniziale ad una noiosa abitudinarietà di forme esteriori. Un gruppo di amici formatosi per una comune passione si ritrova freddo e impacciato. La famiglia stessa – cellula di ogni formazione sociale – può essere travolta dall’abitudine, segno evidente della vecchiaia.

Cosa fare di fronte a questa parabola? Un’ipotesi – che escludo – è far finta di niente, come quegli anziani che s’atteggiano a giovinotti e sotto la maschera di un ritocco estetico si mostrano ben più tristi di un vecchio rugoso, ma nobilmente consapevole di sé. Né ci si può fatalisticamente lasciar andare, perché all’inizio dentro quel gruppo o quella comunità scorreva la vita e, pur attaccata dalla sclerosi, fluisce ancora adesso, magari sotterranea come i fiumi carsici. Una strategia anti invecchiamento apparentemente più onesta è quella di chi, cosciente del problema, si mette attorno a un tavolo e dice: «Ragazzi, qui dobbiamo fare qualcosa, dobbiamo rinnovarci, sforzarci di ricominciare». Ma l’esito è normalmente un ulteriore indurimento, in quanto le ricette finiscono per essere di carattere organizzativo, esteriore, formale.

Così la struttura si appesantisce e il tentativo di ringiovanimento finisce per essere un altro asse inchiodato alla bara in cui si verrà deposti.

Ma c’è un’altra possibilità. Ho parlato all’inizio di forme di «vita». Bene, non siamo stati noi a generare quella vita: è stata una sorpresa che ci è venuta incontro indipendentemente da ogni nostro calcolo e ragionamento, è stato un fascino che ci ha travolto e ci ha spinto ad aggregarci. Allora l’antidoto all’invecchiamento è che ci si accorga dei germogli che nell’albero un po’ troppo legnoso della nostra vita associata stanno spuntando. Questi germogli sono freschi esattamente perché non sono prodotti da noi, come non lo fu l’inizio dell’associarsi. Magari tale slancio vitale arriva da dove e da chi non ci aspettiamo, ma la decisione di assecondarlo, di imparare, di lasciarsi correggere, di farsi rivivificare da esso è l’unico e autentico ringiovanimento. La natura, in primavera, lo fa meccanicamente. L’uomo non lo può senza la ragionevole e amorosa implicazione della sua libertà.

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