Barabba siamo noi

- Pierluigi Colognesi

Perchè l’uomo che ha ricevuto la libertà e la possibilità di vivere per il sacrificio di quel giovane nazareno non riesce a credere in lui?La riflessione di PIGI COLOGNESI sul film Barabba

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(InfoPhoto)

Non so quanto la fiction in programma su Rai1 stasera e domani sarà fedele al romanzo di Lagerkvist. A naso ho l’impressione che il Barabba dello scrittore svedese sarà piuttosto strattonato per favorire gli effetti che assicurano il successo televisivo.

Poco importa, se per qualcuno sarà l’occasione per leggere l’opera originale, che valse al suo autore il premio Nobel per la letteratura nel 1951. Lettura non comoda (ne ho già accennato nell’editoriale del 23 maggio 2011) perché Lagerkvist, raccontando la storia del malfattore graziato da Pilato al posto di Gesù, pone una domanda inquietante: perché l’uomo moderno – vale a dire ciascuno di noi -, che, come Barabba, ha ricevuto la libertà e la possibilità stessa di vivere per il sacrificio di quel giovane nazareno, non riesce a credere in lui?

Ci crede la donna di cui Barabba aveva abusato e che, diventata cristiana, aveva conquistato una dignità che il suo passato e le sue sofferenze non lasciavano immaginare.

Ci crede lo schiavo incatenato in miniera con Barabba e che lo fa fremere di giusta invidia perché, nonostante sia prigioniero, dimostra di possedere la libertà cui lui inutilmente aspira. L

O schiavo accetterà di morire in croce come il suo maestro e Barabba, ancora una volta, negherà la fede in Gesù. Solo per un grave equivoco – pensare che i cristiani di Roma abbiano appiccato il fuoco alla città per rovesciare il potere imperiale – Barabba, alla fine, si unirà a loro subendo, in modo tragicamente inutile, lo stesso destino di crocifissione che tanti anni prima Gesù gli aveva evitato.

Perché, dunque, Barabba non riesce a credere?

Se si volesse rispondere partendo dall’itinerario spirituale di Lagerkvist, bisognerebbe rileggere le sue poesie, dalle quali risulta evidente che il primo «no» è detto a Dio stesso. Il poeta gli pone l’inevitabile domanda di fronte all’enigma del proprio destino: «O Signore di tutti i cieli, di tutti i mondi, di tutti i destini, / che cosa hai inteso fare con me?». Ma non sa attendere la risposta: «Tu che esistevi prima dei mondi e delle nubi, / prima del mare e dei venti. / […] Ma come potresti tu ricordarmi».

Per questo Barabba diventa l’emblema dell’uomo che non riesce a credere neppure quando la risposta alla sua inquietante domanda gli è di fronte. L’insormontabile obiezione, per lui, è che quella risposta è assolutamente, radicalmente, differente da tutte quelle che lui poteva immaginate e a cui era disposto a dare il suo credito.

È una fragilità della ragione che impedisce all’uomo moderno di credere. Pur affascinato dalla suggestione che la promessa cristiana offre – quanto Barabba è colpito dal cambiamento della donna che desidera e dal mite schiavo che condivide, da libero, la sua stessa sorte -, l’uomo moderno non sa andare oltre i confini imperiosamente definiti da una ragione chiusa nel recinto dell’evidenza sperimentabile e della logica, e non concederà credito alla possibilità di altro e più grande.

Al massimo, vedendo in tivù la storia del brigante liberato al posto di Gesù, si lascerà andare a qualche fremito di emozione – come fanno finta di fare molti commentatori di fronte ai gesti e alle parole di papa Francesco -, ma la sua ragione potrà rimanere tristemente chiusa alla verifica che quel fascino, seguito, è in grado di salvare la vita.

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