Le canzoni di Enzo e il destino

- Pierluigi Colognesi

Le sue storie mettono in campo la cosa più interessante di tutte: il dramma del nostro destino. Occorre qualcosa che ci sostenga nel cammino. Enzo l’aveva chiamata la carezza del Nazareno   

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Immagine di archivio

«Come sono belli, i libri che fanno ridere e piangere nello stesso tempo!». L’acuta e commossa osservazione di Girolama nel Miguel Mañara di Oscar Milosz si riferisce al Don Chisciotte e si attaglia perfettamente al significato che hanno avuto per me le canzoni di Enzo Jannacci. Non conosco adeguatamente la sua produzione musicale, anzi sono sostanzialmente fermo a quella del primo periodo, ma l’inconfondibile sapore agrodolce delle sue canzoni mi è rimasto dentro da quando ero ragazzo. È indissolubilmente legato ad un momento particolare della vita della nostra piccola comunità di studenti: il ritorno da una gita. Eravamo stanchi della giornata, ma sul pullman cantavamo. Dopo qualche approccio ai successi in voga, il chitarrista attaccava allegramente con «Vengo anch’io» e noi ci sgolavano a rispondere «No, tu no». E lentamente affiorava nelle nostre testoline il ricordo di qualche sgarbo subito o inferto proprio durante quella giornata e veniva a galla l’amaro di tutte le volte che ci si era sentiti un po’ tagliati fuori dalla compagnia oppure si era contribuito ad escluderne qualcuno; capivamo così che quell’amicizia non era meccanica, automatica, ma sempre giocata sul filo di una libertà che può dire (magari anche a se stesso): «No, tu no». Poi passavamo a qualcuna delle storie più celebri e divertenti del repertorio di Jannacci, quelle che sembrano – ma solo sembravano – tutte e da ridere. L’imbranatissimo Armando che, durante l’interrogatorio, non è capace di mentire e involontariamente ammette di aver buttato giù dalla macchina il fratello fortunato e prepotente che gli aveva rubato tutto, anche la donna. Il quasi cieco palo della banda dell’Ortica: i passanti gli stanno dando spiccioli in elemosina e lui pensa che siano quegli storditi dei cuoi complici che portano su il bottino in monetine. Poi lo struggente barbone che portava i scarp del tennis (segno di povertà, non di passione agonistica) a cui non sembra vero di poter salire su un’auto di lusso e che viene ritrovato morto sotto un mucchio di cartone, quello stesso, forse, che gli serviva da coperta per le sue notti all’aperto. Sì, si rideva di queste storie e nello stesso tempo un filo di sana malinconia ci invadeva, Chissà, forse anche nel futuro che noi stavamo progettando ci sarebbe stato un dolore così. Forse anche a noi sarebbe capitato di soffermarci tristi in un mattino di aprile sulle sponde del Naviglio a meditare di farla finita perché una donna era sparita, per di più coi nostri soldi, e poi, con un guizzo di vitalità, saremmo anche noi andati a Rogoredo a cercare sì i dané, ma soprattutto quel volto per cui – come dice Per un basin – senza lamentarci saremmo corsi a Como in moto e tornati a piedi.

Banali fantasticherie di adolescenti, si dirà. Ma non è vero. E non solo perché mi commuovono ancora adesso. Già allora ci era chiaro – della chiarezza intuitiva che è propria della gioventù – che quelle storie mettevano in campo la cosa più interessante di tutte: il dramma del nostro destino. E non avevamo paura di guardarlo dritto in faccia. Fosse quello triste di chi, avendo bisogno di mille lire per pagare una cambiale, va dal vecchio commilitone borghesemente accomodato e ne viene cacciato perché l’era tardi. Eh, sì, perché quando il destino bussa e non lo si coglie, poi è tardi. Fosse il destino tragico del partigiano condannato alla fucilazione di Sei minuti all’alba. Di solito questa canzone era l’ultima della serie. Dopo c’era silenzio. In esso capivamo benissimo che occorreva qualcosa che ci sostenesse nel cammino al destino. Tanti anni dopo Jannacci l’avrebbe chiamata: la carezza del Nazareno. Come sono belle le canzoni che fanno ridere e piangere nello stesso tempo!



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