Facebook e la rivincita dell’io

- Pierluigi Colognesi

Gli studenti dell’università di Nottingham hanno messo su Facebook, in forma anonima, la valutazione delle rispettive prestazioni sessuali. Ma qualcosa non ha funzionato. PIGI COLOGNESI

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Infophoto - immagine di repertorio

Il fatterello successo settimana scorsa all’università inglese di Nottingham è piuttosto curioso. Alcuni studenti hanno aperto un profilo di Facebook nel quale ognuno poteva, anonimamente, esprimere i suoi giudizi sulle prestazioni sessuali dei propri recenti partner, identificati con nome e cognome. L’idea è velocemente dilagata in altri atenei, finché i chiamati in causa – suppongo soprattutto quelli che hanno ottenuto valutazioni non proprio lusinghiere – si sono ribellati e hanno chiesto all’operatore di cancellare le pagine incriminate. Dico che il fatto è curioso perché, essendo tutti figli – e oramai nipoti – della celeberrima «liberazione sessuale» non dovrebbe poi tanto impressionare che anche le evoluzioni in camera da letto siano sbandierate ai quattro venti, analiticamente raccontate e addirittura sottoposte a graduatorie. Non è andata così e c’è da scommettere che anche quelli che, nascosti dall’anonimato, hanno deriso o esaltato altri si siano sentiti a disagio quando sugli schermi dei molti visitatori un po’ voyeur è apparso il loro nome e la valutazione di quello che hanno fatto. Qualcosa di profondo si è ribellato in tutti coloro che si sono visti squadernati in rete atti e parole che pure, probabilmente, hanno compiuto con leggerezza, senza pensarci troppo, travolti dall’idea che in fondo anche noi uomini siamo animali che soddisfano come meglio aggrada i loro bisogni primari. 

È vero che gli animali si accoppiano di fronte a tutti senza nessun problema. Ma è altrettanto vero che, fin dalla sua remotissima origine, l’uomo non fa così. Insomma, per dirla in breve, la sdegnata reazione degli studenti mostra che in loro resiste, magari inconsapevole, il pudore. È una vecchia e desueta parola – quasi quanto il suo ancor più dimenticato sinonimo: verecondia – che indica l’esistenza di una necessaria delicatezza, di un’attenzione silenziosa, di un inevitabile riserbo che vanno dedicati a certe sfere della persona. È come se ci si trovasse di fronte ad un mistero troppo profondo – non per nulla la si chiama “intimità” – per osservarlo, manipolarlo, utilizzarlo, valutarlo come si fa con tutto il resto. È evidente come ormai proprio la sfera sessuale sia una di quelle che richiede pudore: essa tocca una questione decisiva per la consistenza dell’io, cioè il rapporto con un tu, rapporto così straordinario che proprio da lì può sbocciare la sorprendente novità della generazione di un altro io. 

Non c’è dubbio che il sesso è ormai universalmente concepito come staccato dalla generazione, così come è frequentemente equiparato ad una qualsiasi necessità biologica da soddisfare come si può e come si vuole; eppure non si riesce proprio ad assimilarlo ad un fenomeno banale come, ad esempio, la sudorazione. C’è il pudore che ci trattiene sul ciglio del baratro di una simile animalizzazione.

Temo che pochi dei ragazzi e ragazze implicati nella vicenda penseranno che la loro ribellione è un invito a riconsiderare come praticano il sesso e non solo reazione all’utilizzo scriteriato che ne hanno fatto altri. Ma a me sembra chiaro che la loro non è stata una rivolta prodotta semplicemente dalla violazione della privacy, come se uno avesse messo in rete l’importo del conto in banca; è stato un sussulto del cuore ferito da un’intrusione, uno scatto della ragione che non accetta di vedersi ridotta a meccanismo animale, una scintilla di nostalgia per rapporti finalmente autentici. Capirlo sarebbe la vera «liberazione sessuale».

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