Siamo tutti oranghi

Dopo l’insulto di Roberto Calderoli (Lega) al ministro Kyenge appare evidente come la crisi non riguardi solo i partiti o le istituzioni. L’editoriale di SALVATORE ABBRUZZESE

16.07.2013 - Salvatore Abbruzzese
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Cecile Kyenge, immagine d'archivio (infophoto)

A sentire parlare di razzismo si ha la percezione di un errore di stampa, che designa un fenomeno culturale che, in realtà, è fuori dalla nostra epoca ed è estraneo al nostro mondo quotidiano. In Italia solo il 5,9% degli italiani (dati 2009) vuole vietare l’ingresso, sempre e comunque, agli emigranti dai Paesi in via di sviluppo (in Europa si sale al 7,6). Una tale percentuale così irrisoria può far parlare di paese razzista? Credo proprio di no. Una seconda minoranza, meno esigua, pari all’11,4% fa proprio il principio opposto di lasciar venire chi vuole (in Europa si scende all’8,3): è l’esiguità di un tale numero di favorevoli – comunque nettamente superiore alla media europea – ad autorizzarci a definire l’Italia un paese razzista? Continuo a credere di no.

Eppure è di razzismo che si parla in questi giorni: cioè di un elemento culturale profondamente e felicemente minoritario viste le percentuali. Un vero e proprio residuo ideologico dell’avanspettacolo degli anni Trenta, che da farsa è rapidamente degenerato in tragedia. Una tale regressione verso un problema di fatto inesistente sembra tradurre più la propensione mediatica a cercare costantemente eventi forti che la reale dimensione dei fatti. Si potrebbe dire, riprendendo Ennio Flaiano, che la situazione è tragica, ma non seria. Ma tant’è.

Con la sua ridicola frase nei confronti del ministro Kyenge, il vice presidente Calderoli ha offeso innanzitutto una donna, prima ancora di avere insultato una donna di colore. L’insulto è un genere comunicativo tanto deteriore quanto avvilente, poiché ingenera una supremazia sociale intollerabile, dove l’altro, nel momento stesso in cui è insultato, viene svilito nella sua posizione sociale, viene declassato in diretta, è colpito da una retrocessione che lo rinvia ad uno dei tanti sottogruppi sociali dei quali è costellata la ridicola contrapposizione noi/gli altri. Ciò è intollerabile: nessuno di noi ha diritto di declassare umanamente qualcun altro, mai. 

Ma il problema non solo va ben oltre il razzismo, così come va ben oltre la propensione ai giudizi umani squalificanti, prodotto di una sottocultura che squalifica chi vi ricorre. Il problema reale, per quanto sia difficoltoso pensarlo, è ben più grave e riguarda la trasposizione sul piano etico, regolato dall’etica delle convinzioni, di un problema che riguarda invece le funzioni che lo Stato deve saper assicurare e mantenere, che è invece regolato dall’etica delle responsabilità. Replicare all’offesa del vice presidente approvando subito provvedimenti che esprimano direttamente la posizione opposta vuol dire brandire le emozioni come arma politica per la conquista del consenso. Ed è proprio lo spauracchio del razzismo – cioè di quanto ci può essere di più residuale nel pensiero contemporaneo – ad essere usato per questa rapida scorciatoia che ricorre al governo delle emozioni e delle convinzioni, quando invece tutto si muove in direzione del governo delle responsabilità.

L’Italia non è razzista, ma è invece un paese nel quale i problemi sociali reali sono quelli dell’accoglienza e dell’integrazione di masse non irrilevanti di profughi e di disperati, che approdano alle rive di un paese che sta tornando ad essere un paese di emigranti, un paese dal quale i giovani se ne stanno andando. L’Italia è un paese nel quale il problema dell’accoglienza da garantire a soggetti debolissimi, spiazzati dai deliri (quelli sì, razzisti e xenofobi) esistenti nelle diverse guerre etniche in corso nei loro paesi, si intreccia con quello di istituzioni che non riescono nemmeno ad onorare i debiti con le aziende alle quali hanno richiesto opere e servizi. E si tratta di debiti tali da condannare parte di quest’ultime al fallimento. 

Il vero problema sul tappeto, terribile nella sua dinamica temporale, è quello di aiutare gli ultimi arrivati negli stessi mesi nei quali la bancarotta nazionale sovrappone ai tempi strettissimi di un naufragio quelli, micidiali, di aziende che chiudono e di famiglie che restano, dall’oggi al domani, senza stipendio, a causa della chiusura della propria azienda per colpa di uno Stato che non riesce nemmeno a saldare le proprie fatture. 

Insultare un ministro di colore è, a questo punto, non solo una battuta infelice, greve e deprimente, ma è il massimo dell’irresponsabilità politica, così come lo può essere altrettanto il rincorrere il razzismo come atteggiamento dominante, ignorando come accanto alle questioni etiche vi siano, in simultanea, domande che concernono la vita della città, la sua capacità di “tenere” e di gestire contraddizioni evidenti. La politica del “fare” non deve dimenticare l’importanza di recepire i principi: ma questi a loro volta, sono molteplici e tutti muniti di una propria legittimità. La parola passa allora all’analisi delle conseguenze, ai calcoli sui costi, su chi li deve sostenere. Il problema diventa quello di un’emergenza nel quale gli strati delle famiglie coinvolte si fanno, di settimana in settimana, sempre più consistenti. 

L’accoglienza degli immigrati va allora a sommarsi a quella degli esodati, dei licenziati d’ogni colore, dei giovani che partono da un’Italia che li ha dimenticati. Stare dinanzi a tutti questi “ultimi”, considerandoli tutti insieme, è il principale dovere che si impone ad una classe politica chiamata a risolvere questa crisi. Il razzismo non c’entra, per fortuna, ma anche perché, purtroppo, il dramma è ben più grave. 

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