La difesa di un popolo “occupato”

- Robi Ronza

Il conflitto israelo-palestinese si gioca sui territori occupati e sulla politica di Tel Aviv di sostegno ai coloni che costituiscono l’avamposto di una futura conquista. Ne parla ROBI RONZA

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Immagine di archivio

Dal prossimo anno 2014, ha stabilito qualche giorno fa l’Unione Europea, Israele non potrà più spendere fondi erogati dall’Unione in progetti che abbiano luogo nei territori palestinesi occupati, ossia in pratica non potrà più usarli nel quadro della sua persistente politica non solo di mantenimento ma anche di sviluppo dei cosiddetti “insediamenti”. E’ questa una (finalmente) chiara presa di distanza da uno degli aspetti più aggressivi della politica israeliana verso i palestinesi: un ostacolo tanto immane quanto ingiustificato sulla via dell’auspicata pace tra due popoli nessuno dei quali ha niente da guadagnare da uno scontro che dura da più di cinquant’anni con grave danno non solo dei direttamente interessati ma anche di tutti i Paesi del Mediterraneo, Italia inclusa.
Gli “insediamenti” – diciamo per chi non lo sapesse – sono quartieri e villaggi costruiti da Israele nei territori occupati su aree confiscate ai loro proprietari arabi, rifornite di acqua molto spesso sottratta alle città e villaggi arabi circostanti, e collegati da una rete di strade militari esse pure costruite su terreni confiscati. Attualmente sono circa 100 e hanno una popolazione complessiva di 500 mila abitanti. Grazie alla frastagliata linea di confine tra Israele e i territori cisgiordani occupati a seguito della guerra arabo-israeliana del 1967, alcuni fungono da quartieri-dormitorio della periferia di Tel Aviv e di Gerusalemme, e quindi sono popolati da gente soprattutto attirata dal fatto che, grazie a generosi contributi governativi, abitarvi e vivervi costa meno che in centro. Altri, la maggior parte, sono concepiti come avamposti di una futura avanzata israeliana. Perciò sono situati ad arte all’interno del territorio palestinese allo scopo di interromperne la continuità e di disarticolarne la struttura socio-economica (tipici al riguardo gli insediamenti situati tra Gerusalemme e Betlemme). Questi ultimi non soltanto richiedono e quindi giustificano un forte presidio militare israeliano ma anche sono ovviamente abitati per lo più da “ultras” che con il loro atteggiamento e le loro iniziative provocano un attrito continuo con la popolazione araba palestinese locale. Nel caso di alcuni insediamenti per così dire di prima linea gli abitanti sono una specie di guarnigione in stato di mobilitazione permanente. Perciò non svolgono alcun lavoro produttivo, ma vivono dei sussidi che ricevono in cambio della loro attività di guardia e di presidio.
A norma del diritto internazionale gli insediamenti sono illegali poiché violano l’art.49.6 della Quarta Convenzione di Ginevra secondo cui «La potenza occupante non potrà mai procedere all’immigrazione o al trasferimento di una parte della propria popolazione civile sul territorio da essa occupato». Non esiste nella storia alcun altro caso di una così vasta e palese violazione di tale norma. Nemmeno durante la Seconda guerra mondiale, il maggior conflitto di tutti i tempi, alcuna potenza occupante per feroce che fosse (e ci asteniamo per buon gusto dal fare nomi) osò mai attuare una politica del genere.

Non si stenta a capire quanto sia difficile credere alla buona fede di qualcuno che mentre da una parte dice di voler negoziare con te dall’altra continua a insediare sul tuo territorio coloni che non fanno mistero di ritenersi pionieri di una futura conquista definitiva. E per questo ti confisca terreni, ti sottrae l’acqua, e costruisce strade militari riservate che sconvolgono le tue aree agricole. Perciò l’Autorità Palestinese chiede il blocco della costruzione di nuovi insediamenti e dell’ampliamento di quelli esistenti quale condizione preliminare per la ripresa dei negoziati con Israele. Una richiesta che per parte sua Israele respinge affermando che non si può pretendere di avviare un negoziato ponendo condizioni preliminari. Ciò può essere vero in linea di principio, ma non ha senso a nostro avviso nel caso specifico. 
D’altro canto dalla Corte internazionale di Giustizia dell’Aia alle Nazioni Unite tutte le più autorevoli istanze di diritto internazionale condannano la politica israeliana degli insediamenti. Adesso l’Unione Europea ha preso finalmente una posizione che speriamo non solo mantenga ma anche sviluppi. L’Europa mediterranea e perciò anche l’Unione in quanto tale hanno tutto il dovere e tutto l’interesse ad aiutare Israele e la Palestina a giungere alla pace trasformandosi così da luogo di distruzione a concorde motore principale di sviluppo del Vicino e Medio Oriente. Sulla via di tale pace la questione degli insediamenti non è uno dei tanti problemi. 
E’ un problema primario che va risolto, seppur con tutta la prudenza imposta da una realtà che coinvolge ben 500 mila dei 7 milioni e mezzo di abitanti di Israele (peraltro arabi nella misura di oltre il 20 per cento). Il blocco degli insediamenti è il primo necessario passo. Se l’Unione Europea e gli Stati Uniti lo chiedessero con fermezza farebbero un favore immediato ai palestinesi ma anche un grosso favore a Israele che oggi può ancora levare il pugno ma non potrà continuare a levarlo per sempre. Perciò ha esso pure bisogno di pace; e di una pace solida, basata su concordi prospettive di sviluppo condiviso, la quale perciò duri anche quando i rapporti di forza nella regione dovessero cambiare a suo sfavore. Il che a lungo termine è inevitabile.



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