A che serve il digiuno?

- Pierluigi Colognesi

L’invito al digiuno, spiega PIGI COLOGNESI, non rappresenta di certo una forma di protesa. E neppure, come attesta la tradizione cristiana, un rafforzativo della preghiera

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Papa Francesco (Infophoto)

È tutto sommato abbastanza facile comprendere il significato di una giornata – come quella di sabato scorso – dedicata alla preghiera per la pace. Questa, infatti, è ultimamente un dono, esorbita la somma delle nostre possibilità e quindi la cosa più ragionevole è implorarla al «Principe della pace».

Ma digiunare a che cosa serve? In che senso può aiutare a costruire la pace? È escluso – nelle intenzioni di papa Francesco che l’ha proposto – che si tratti una forma di protesta, una specie di sciopero della fame; contro chi, poi? È altrettanto escluso – lo documenta tutta la tradizione cristiana – che si tratti di un semplice rafforzativo della preghiera, quasi si trattasse di fare maggior pressione su Dio perché ascolti le nostre invocazioni.

Ben più radicalmente il digiuno ci pone di fronte ad una questione di sostanza. Secondo la Bibbia la guerra è ultimamente generata dallo scontro tra idoli. L’idolo è qualcosa – la propria strategia politica, gli interessi da difendere, l’ideologia da affermare – in cui si ripone illimitata fiducia e che, per sua natura, si pretende essere riconosciuto da tutti e a tutti si vorrebbe imporre. Esattamente questa pretesa totalizzante dell’idolo produce il conflitto, la guerra. Si capisce tra l’altro – ma non è ora il momento di discuterne – come la religione stessa possa diventare fomite di guerra: quando si autoriduce ad idolatria.

Il digiuno è un gesto di distacco da beni necessari ma parziali ed in tal senso è educazione a non fare di nessun particolare la totalità, a non inginocchiarsi davanti a nessun idolo. Perciò il digiuno educa ad essere liberi da ogni possessività foriera di conflitto.

La sacrificata implicazione personale che il digiunare richiede mette in evidenza anche un secondo aspetto decisivo: la pace – che è un dono da chiedere – è anche frutto di un impegno, di un lavoro, di una edificazione: «Beati gli operatori di pace».

Un esempio viene offerto da Charles Péguy. Già dal 1905 egli era convinto della ineluttabilità del conflitto franco-tedesco, che sarebbe scoppiato nove anni dopo con la prima guerra mondiale, nella quale egli stesso perderà prematuramente la vita. Ma quella consapevolezza non ha implicato per il poeta della «piccola speranza» né un pessimismo rassegnato né un ingenuo pacifismo.  

Occorre, al contrario, continuare il proprio lavoro per la pace senza chiudere ottusamente gli occhi di fronte alla possibilità della guerra. Si tratta – dice Péguy – di «essere continuamente caricati per la guerra, nel senso in cui un fucile è caricato; ed essere costantemente caricati dei lavori della pace nel senso in cui un asino è caricato della soma».

Difficilmente qualcuno di noi può direttamente influire sulle scelte degli uomini di governo nelle cui mani stanno le decisioni cruciali, ma non siamo dei puri manichini inetti; qualcosa per la pace lo possiamo «fare»; da subito, nel nostro contesto quotidiano, negli ambiti che ci tocca di frequentare. Possiamo non affermare i nostri idoli divisivi mettendo in gioco la stessa sacrificata implicazione con cui, sabato, abbiamo digiunato.

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