Dio e l’articolo 18

- Federico Pichetto

Il lavoro della vita non ammette nessun articolo 18, perché Dio quando si tratta del nostro cuore è un grande Padre e un vero Fratello, mai un “sindacalista”. FEDERICO PICHETTO

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Rembrandt, Il ritorno del figliol prodigo (1668) (Immagine d'archivio)

Il linguaggio delle parabole cristiane, nell’ambito della letteratura mondiale, è qualcosa di irripetibile ed unico: nei Vangeli sinottici Gesù di Nazareth parla non solo alle persone che ha davanti, alla loro storia fatta di razionalità e di affetti, ma anche alle persone che lungo i secoli incontreranno quelle parole, alle loro storie fatte pure loro di desiderio di conoscenza e di amore. Per questo leggere le parabole solo nel loro contesto storico e culturale, o solo nel loro significato gnomico e immutabile, è sempre riduttivo e parziale. Ogni narrazione evangelica non è solo allegoria di una situazione esistenziale, e neppure testo rielaborato più volte da sottoporre all’esegesi storico-critica: in ogni brano del Vangelo c’è qualcosa di più, c’è qualcosa di noi.

Questo è ancor più vero se si pensa alla parabola che, nel rito cattolico romano, viene proposta all’attenzione dei fedeli in questa XXVIII domenica del tempo ordinario: essa ci racconta di un banchetto snobbato da molti invitati di alto lignaggio, di una chiamata in massa (fino ai “crocicchi” delle strade) di altri invitati socialmente molto più poveri e bisognosi, e di uno strano dialogo tra il promotore del banchetto e uno dei nuovi ospiti, espulso dalla mensa perché privo dell’abito bianco, dell’abito della festa. 

Gli esegeti si sgomitano e si tuffano per commentare questa parabola: c’è chi — storicamente — vi vede l’annuncio del superamento di Israele da parte della Chiesa nascente e chi ravvisa invece — in quel vestito bianco richiesto agli invitati alle nozze — un chiaro segno sacramentale dell’esigenza del Battesimo per partecipare alla nuova comunità dei salvati, un segno chiesto agli uomini di tutti i tempi, un segno che ci dice che davvero molti saranno chiamati, ma pochi gli eletti. 

Eppure il Vangelo va oltre questi atteggiamenti didascalici e mette in luce due parole tutt’altro che semplici o comode: bisogno e lavoro. Da un lato Cristo è qualcosa che è davvero incontrabile in tutta la sua forza solo se è chiara la radicalità del nostro bisogno umano. Il che non significa solo chiederci, un po’ intellettualisticamente, “di che cosa abbiamo bisogno”, ma significa mettersi radicalmente in discussione fino al punto da domandarci “di che cosa sentiamo la mancanza”. Questa domanda ci disarma e ci sorprende perché quello che nella maggior parte dei casi a noi manca è il controllo delle cose, la compensazione affettiva, l’ordine della vita secondo i nostri capricci, i soldi.

E questo è il popolo che, invitato alle nozze, se ne frega: non perché cattivo, ma perché in realtà non interessato a se stesso se non per “tenere a bada” la vita, il dolore e l’amore. A noi questo interessa: che la vita sia tenuta a bada. E questo lo si vede dal fatto che, appena si spengono i riflettori dei raduni o della vita pubblica, alla fine desideriamo quello che vogliono tutti: denaro, potere e lussuria.  

Per questo l’altra grande parola di questa parabola è lavoro: l’invitato senza vestito bianco è un uomo disimpegnato rispetto ai bisogni della propria vita, è un uomo che crede che basta “star dentro” al gruppo per vivere e gustare il cibo delle nozze. E invece Cristo lo richiama con forza: se quello che sei, quello che hai, quello che vivi non diventa il luogo del tuo lavoro, tu sei finito. Direbbe Briatore: “Sei fuori!”. Fuori non dal paradiso, ma dalla verità di te, dalla capacità autentica di amare e di capire, di lottare e di sentire la vita. 

La nostra umanità non è un accidente da modificare cristianamente, ma il biglietto con cui Dio ci invita alla Sua festa. Solo se staremo attenti ai nostri bisogni, per quanto oscuri e deplorevoli possano essere, troveremo la strada per cogliere tutta la portata dell’annuncio di Cristo. È questo il vero lavoro della vita: stare dinnanzi a sé. Ed è per questo che lavoriamo, studiamo e ci incontriamo. Non per guadagnare, ma per guadagnarci umanamente. Altrimenti la vita sarà sempre un’eterna attesa delle ferie, delle vacanze, della pensione. E il lavoro diventerà soltanto una marxistica alienazione di sé. Mentre invece lavorare è l’unico modo per incontrarsi, è l’unico modo per amarsi, è la strada per non perdere il vero lavoro cui siamo chiamati. Quello che, purtroppo, se non viene vissuto, non ammette nessun articolo 18. Perché Dio, si sa, quando si tratta del nostro cuore è un grande Padre, un vero Fratello, un disarmante amico. Ma mai un bieco sindacalista.

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