Muri e persone

- Petr Nagibin

Nelle grandi celebrazioni per il venticinquesimo anniversario del crollo del muro di Berlino ci si è divisi in due fazioni, nostalgici e americanisti. L’editoriale di PETR NAGIBIN

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Dopo tante celebrazioni e commemorazioni della caduta del muro di Berlino viene spontanea l’impressione che non si sia capito molto quello che è successo. Lo dico non perché avrei la presunzione di possedere un’interpretazione più intelligente delle altre o qualche fonte riservata con nuove rivelazioni, ma semplicemente a partire dal disagio che mi suscita il vedere con quanta radicalità le commemorazioni si dividano tra chi si esalta per la vittoria dell’Occidente capitalista e chi si deprime, scoprendo che questo stesso Occidente è così poco luminoso che non solo è rinata la nostalgia per il passato regime, ma si ricomincia a credere che questo regime fosse meglio dell’altro.

Siccome non ho interpretazioni più intelligenti, mi limito a ricordare qualche fatto: innanzitutto ricordo che il Muro non è crollato per caso, ma perché della gente lo ha abbattuto. Certo, nelle azioni di quella gente, tra quella gente, c’era anche chi guardava all’Occidente, e tuttavia a far cadere il Muro non sono stati i carri armati americani, ma i picconi dei berlinesi che avevano reso inutili quei carri armati e, con un’azione sorprendente e non violenta, avevano reso inutilizzabili i carri armati e i manganelli dell’altra parte, le truppe speciali della DDR: o ci siamo dimenticati che uno dei capi della Stasi confessò la propria impotenza dicendo che erano pronti a reprimere le manifestazioni tradizionali ma non avevano saputo che fare di fronte a candele accese e cori religiosi?

Era stato un lavoro «lungo e faticoso», ma segnato sin dall’inizio e poi costantemente dalla non violenza (e anche qui forse sarà bene ricordare che negli stessi anni il libero e pacifico Occidente pullulava di gruppi di opposizione armata e violenta: Br, Raf, Ira, Eta, eccetera); e, accanto alla non violenza, l’altro tratto caratteristico di questo lavoro era stata la coscienza di testimoniare una libertà che non doveva essere conquistata con chissà quali rivoluzioni, ma era già in atto. Quando Solženicyn invitava a «vivere senza menzogna» o il futuro presidente Havel incitava a «vivere nella verità», la loro era una proposta reale e praticabile subito: era una proposta alla libertà e alla responsabilità della gente, una proposta che implicava anche rischi, sofferenze e sacrifici, in qualche caso sino al «sacrificio della vita», ma non aveva bisogno di attendere, né si augurava un intervento dell’Occidente. Proprio all’Occidente, anzi, Solženicyn rimproverava di abdicare alla propria responsabilità, affidando le possibilità di vittoria o di resistenza alla presunta protezione dell’ombrello nucleare americano: o anche qui ci si è dimenticati, all’ovest, quante polemiche suscitò proprio in Occidente questa posizione di Solženicyn? Poi l’Occidente non stette certo a guardare, ma chi lottò, pagando di persona, stava dall’altra parte del Muro. Ridurre la vittoria di quella gente alla vittoria dell’Occidente è davvero frutto di un’interpretazione che non trova conferma nella realtà, salvo che per un difetto di memoria.

D’altro canto è solo per un identico ma speculare difetto di memoria che si può credere oggi che il sistema comunista fosse migliore o degno di miglior sorte di quella che effettivamente ebbe: con tutti i limiti che possono aver avuto e hanno i sistemi occidentali, è difficile credere che qualcuno possa preferire a questi limiti un sistema totalitario con la sua negazione esplicita del valore della persona; salvo, appunto, che per un difetto di memoria.

È proprio questo difetto di memoria che bisognerà cercare di spiegare.

Perché non si coltiva la memoria? O che cosa si cela dietro la facilità con cui si perde la memoria, all’ovest come all’est?

Credo che una prima ipotesi si possa avanzare; se guardiamo bene le interpretazioni contrapposte, possiamo constatare che sono caratterizzate da un punto comune: tutte fanno dipendere il valore o lo scarso valore della fine del Muro dal valore che viene attribuito ai sistemi contrapposti. La caduta del Muro è una vittoria per chi attribuisce questa caduta ai pregi del sistema capitalista, ed è invece una cosa da nulla o peggio una tragedia (la peggior catastrofe geopolitica del XX secolo, ha detto Putin, parlando della conseguente fine dell’Urss) per chi mette in discussione i pregi di questo sistema o gli preferisce nettamente l’altro.

In primo piano, in queste interpretazioni, è sempre il sistema, mentre il ruolo della persona singola scompare, il ruolo della libertà e della responsabilità della persona è nullo, totalmente assorbito nel gioco e nell’ingranaggio dei sistemi. E invece il punto qualificante, la novità dei dissidenti nei paesi dell’est era che ciascuno di loro si era esposto in prima persona; il punto qualificante dei dissidenti che rischiavano la vita non era l’esaltazione di un sistema piuttosto dell’altro, ma una parola d’ordine molto semplice e immediata: «se non io e adesso, chi e quando?».

Dimenticato questo ruolo, scomparsa la persona assorbita nella grande e misteriosa macchina della storia e dei sistemi, ogni interpretazione diventa possibile, tanto non esiste più il soggetto che potrebbe giudicare quanto questa interpretazione corrisponda alla realtà.

E come sorprendersi allora della depressione che pesa sulle nostre società, all’est come all’ovest?

Delle persone che abdicano così facilmente al loro ruolo trasferendolo ai sistemi devono attendersi ben altro che una semplice depressione, salvo che non ritrovino e difendano la memoria.

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