Menzogne a valanga

- Pierluigi Colognesi

Dalla propaganda russa anti ucraina alle mezogne più banali, la Rete offre la possibilità di nascondere la verità. E’ posibile contrastare la valanga delle falsità? PIGI COLOGNESI

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Foto InfoPhoto

L’articolo che chiude l’ultimo numero della rivista di Russia Cristiana «La nuova Europa» è particolarmente istruttivo. Vi si dà conto della sistematica campagna di disinformazione messa in atto da siti russi – più o meno centralmente organizzati – a riguardo delle vicende ucraine. Il meccanismo è grosso modo sempre il medesimo: si lancia in rete una notizia falsa per sollecitare in tutti coloro che la leggeranno sentimenti avversi al nemico. 

Il massimo del risultato si raggiunge quando si «documenta» l’ingiustizia, la violenza, la crudeltà dell’avversario attraverso qualche immagine, meglio se raccapricciante.

Fortunatamente a volte qualcuno va a verificare e così svela l’inganno. C’è quello ridicolo per cui a dimostrazione del «nazismo» dominante tra gli ucraini non filorussi è stata mostrata l’immagine di un palazzo pubblico con una bandiera ucraina e una recante la svastica, che però è il fotogramma di un film storico sull’occupazione nazista di Kiev durante la seconda guerra mondiale. C’è quello a pagamento: intervista strappalacrime di una signora che parla addirittura di bambini crocifissi; si è poi saputo che l’ha fatto per soldi e che l’immagine portata a testimonianza del delitto è – ancora una volta – tratta da un film. 

La violenza sui piccoli fa molto colpo ed allora si «sparano» immagini di giovani vittime del nemico; poi si scopre che una bambina della Crimea – che fa tanta tenerezza perché sembra vestita da sposa – non è morta in guerra ma cadendo da un balcone, un’altra, coperta di sangue, è stata sì uccisa ma in Siria e non in Ucraina; né poteva mancarne una particolarmente struggente; ma è anch’essa il fotogramma di un film.

Da sempre la guerra si fa anche con la propaganda menzognera e la disinformazione, e c’è da pensare che, nel caso specifico, le si siano usate anche in versione antirussa; non è questo che stupisce. Piuttosto fanno impressione la capillarità pervasiva e la straordinaria velocità di trasmissione favorite dalla Rete. E soprattutto viene ragionevolmente da chiedersi se la medesima dinamica menzognera non sia utilizzata – mutatis i pochi aspetti che debbono essere mutandis: lo scopo economico/politico più che bellico, il livello sentimentale titillato, la finezza o grossolanità dell’operazione – anche da molti dei messaggi in rete che normalmente consultiamo. Certamente non intendo concludere che sia tutto falso, però il sospetto che la menzogna sia ben più diffusa di quanto si immagini e non così facilmente riconoscibile rimane. E aumenta la triste consapevolezza di non avere strumenti sufficienti per opporsi a tale valanga di falsità, per smascherare la menzogna: uno non può mica mettersi a verificare, incrociando i dati, tutte le notizie che legge, le fotografie o i video che vede.

Ma la consapevolezza del problema può almeno far rizzare le antenne dell’attenzione e, nella pazienza consentita dal tempo a disposizione, spingere a fare una selezione tra la massa delle proposte, provare qua e là a fare delle verifiche e ricordarsi di chi ha sgarrato e di chi invece ha detto il vero, diffidare dell’impatto emotivo immediato e porsi sempre delle domande. Insomma non rinunciare neppure di fronte al moloch della Rete alla consapevolezza che, come uomini, siamo fatti per il vero, per quanto difficile possa risultare scoprirlo, e che, specularmente, il diabolico nemico degli uomini è definito dal vangelo come «il padre della menzogna».

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