Spettatori del nulla

- Salvatore Abbruzzese

A Bollate (Milano), fuori dall’Istituto Primo Levi, una sedicenne ha aggredito con estrema violenza una sua coetanea perché usciva con il suo ex ragazzo. SALVATORE ABBRUZZESE

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Un'istantanea dell'aggressione di Bollate presa dal web (Immagine d'archivio)

Una ragazza di quindici anni aggredisce una compagna all’uscita di una scuola di Bollate. La scena, per la sua violenza e le grida di aiuto, richiama l’attenzione dei compagni che, anziché porvi fine, la riprendono con i cellulari. Ci vuole un po’ di tempo prima che prevalga il più antico senso umano, la pietas, e si scelga di intervenire per impedire alla ragazzina di infierire ancora sulla sua coetanea. Il pestaggio viene messo su facebook e diventa di dominio pubblico. 

Ci sono diverse considerazioni da fare. La prima è il mancato riconoscimento della vittima: la sotto-cultura dell’euforia e della banalizzazione ha fatto da schermo al dramma e, per alcuni minuti, il baraccone dello spettacolo e dello stupidario giocoso ha ignorato le grida di aiuto. Una seconda considerazione concerne la legittimazione della violenza: il diritto di aggredire e picchiare, inteso come principio regolativo dei rapporti interpersonali. Il primato della risposta “forte” come diritto costitutivo ed inalienabile della persona è stato pienamente riaffermato: la ragazzina responsabile dell’aggressione era stata accompagnata sul luogo dalla madre, che assisteva alla scena. Una terza considerazione concerne il contesto culturale più ampio: la legittimazione della risposta “forte” da parte delle aree degradate della nuova periferia morale non si costruisce sul nulla, non si riprodurrebbe in modo così plateale se incontrasse ostacoli nel più ampio contesto sociale. 

Non è possibile non porsi la domanda di come si sia arrivati a questo. Se l’atto di violenza si commenta da solo, la cornice di stupidità che ha mancato di riconoscere la vittima segnala un complessivo declino dell’umano. Un declino che è ben visibile nella donna che aggredisce, nell’uomo che preferisce filmare anziché intervenire e nella madre che inneggia alle qualità della figlia “tosta”. Si chiama regressione agli istinti primari, ma anche primato dello spettacolo sul dramma, della risata idiota sul dolore. 

Tutto questo incrina profondamente ogni progetto educativo, e segnala il naufragio di una società in caduta libera, avviata verso la più oscura e mesta delle sopravvivenze. Certo, nell’Italia contemporanea non c’è solo una tale pattumiera umana e morale: esiste una società migliore e molti di quegli stessi ragazzi sono pronti a fare gesti di grande apertura d’animo e di grande disponibilità. Se le colpe singole vanno perseguite la criminalizzazione di una generazione è un errore che va evitato. Ma qui il problema non è il degrado della periferia bensì l’incapacità del suo centro di arginarlo e di imporsi. Il problema è quello di un bene che resta attonito e inoperante, di un mondo della civiltà, che pure esiste, che non sa governare né agire: le “periferie dell’umano” vanno oramai in scena ogni giorno.

Si scopre così, dietro le quinte, una società impotente e mesta, rinchiusa nel balbettio vacuo dei suoi porta-parola educativi, strutturata dal disincanto e dalla secolarizzazione dei sentimenti, ma anche dalla relativizzazione di ogni verità. Una generazione educata a guardare in alto, a coltivare e far crescere i propri sogni, sforzandosi di tramutarli in progetti concreti (crisi o non crisi), non avrebbe mai visto frange del proprio tessuto umano ridotte a fare del possesso – in questo caso quello del proprio ragazzo – l’unico vocabolario conosciuto e nel diritto alla “presa” violenta l’unica qualità che conta. 

Un tale degrado ha le sue radici: la società secolare ha cominciato per non riconoscere, e quindi abbandonare, ogni ricerca del Vero ritenendolo immancabilmente relativo; ha continuato disconoscendo il Bello e riducendolo a convenzione storicamente determinata, ha poi finito con l’esaltare il primato pragmatico della razionalità strumentale, finendo inevitabilmente con il fare del possesso di beni – compreso quello dell’altro ridotto a oggetto da possedere – l’unica promozione possibile. 

Una volta svuotati i cieli, dove non c’è rimasto più nulla da vedere né da attendere, il richiamo evangelico del “beati i miti, perché erediteranno la terra” risuona come una lingua estranea e sconosciuta. La società disincantata e secolarizzata non ha più principi per frenare le nuove periferie, quelle che non sapendo riconoscere il dolore confondono beatamente la tragedia con lo spettacolo. 

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