Fatti per un “di più”

Oggi ricorre il IX anniversario della scomparsa di don Luigi Giussani (22 febbraio 2005). VINCENT NAGLE racconto il suo primo incontro con il fondatore di Comunione e liberazione

22.02.2014 - Vincent Nagle
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Don Luigi Giussani (1922-2005)

Riporto la mia prima conversazione con don Giussani in italiano. – Don Giussani, ho una domanda da fare!Allora, cosa è?Nel tuo intervento hai parlato molto di poter riconoscere Cristo e il cristianesimo attraverso un “di più”. Di che cosa consiste questo “di più”?E perché mi fai questa domanda?Beh, tu lo sai, don Giuss, che ho appena finito un Master in Teologia a Berkeley insieme con studenti di ogni sorta di dissenso dalla chiesa, dai comunisti, agli omosessuali, agli ambientalisti ecc.  E tutti in un modo o l’altro parlavano di un di più. Perciò voglio capire cosa c’è nel “di più” di cui parli tu che è veramente il “di più”. A quel punto Giussani disse, con il suo dito puntato su di me e la sua voce piena di sdegno e rabbia: – Questa tua domanda non mi interessa affatto! E se ne andò.

Insomma, per aiutarmi a vivere e a capire l’incontro con un “di più”, con Cristo, don Giussani era disposto a spendere tutto. Ma per aiutarmi a vincere un dibattito teologico era sdegnato di aver perso anche trenta secondi della sua vita.

Avevo fatto un lungo viaggio personale per arrivare ad abbracciare Cristo nella Chiesa cattolica, che mi aveva obbligato a confrontarmi fino in fondo colle posizioni teologiche, antropologiche, filosofiche del cristianesimo. Purtroppo tale viaggio mi aveva lasciato con una fede piuttosto astratta e intellettuale. Mentre portavo avanti battaglie continue per difendere la dottrina cristiana, un’amica mi disse: “Parli sempre di questo Cristo buono e pieno di amore, però in te vedo solo rabbia”. Ho mendicato Dio per un incontro con qualcuno o qualcosa che mi avrebbe dato letizia invece di rabbia, che mi avrebbe fatto aprire di più alla gente invece di difendermi dalle loro idee e posizioni.

Da lì a poco incontrai i miei primi amici del movimento di Comunione e liberazione. La prima cosa che notai frequentando la scuola di comunità era che chi guidava non era mai preoccupato di aver ragione ma, ascoltando le obiezioni o domande di chi aveva davanti, cercava di capire da che cuore veniva tale obiezione o domanda e di proporre a quel cuore una strada e una compagnia in cui la risposta alla nostra domanda ci veniva incontro. Fu durante tre giorni passati negli Stati Uniti insieme a persone che avevano incontrato il carisma di Giussani, che mi venne la domanda: queste persone amano Cristo e la sua chiesa come me ma non sono arrabbiate, non si lamentano degli altri, perché? 

Durante le lodi recitate insieme ebbi la risposta: perché queste persone riconoscono una presenza qui in mezzo a noi che nessun argomento può far sparire, una evidenza contro la quale non tiene nessun dibattito. 

In quel momento ho cominciato anch’io a riconoscere quella stessa presenza in mezzo a noi. L’ho imparato guardando i volti lieti, intelligenti e stupiti di persone colpite da quella evidenza. Questo era il metodo di don Giussani, una libertà radicale per andare dietro il “di più” che si rivela come Salvatore e Redentore del mondo.

Pochi mesi, dopo questi incontri, ho venduto tutto quel che avevo per venire a Milano ed incontrare don Giussani. Avevo ancora molto da capire sulla fede, come dimostra la conversazione con Giussani che ho raccontato. Ma posso comunque dire che da quel momento in poi ho capito che si trattava di una presenza evidente, invece di una posizione vincente; che il cristianesimo non era qualcosa da imparare e costruire, ma una presenza da incontrare e seguire, invitando gli altri a condividere questo sentiero. Mi ha dato una gioia che non mi ha mai lasciato.

Il mio ultimo incontro con don Giussani molti anni dopo fu un’altra lezione del suo metodo di fede. Era già molto malato. Mi parlò della Madonna e mi disse di non aver paura. Poi, con fatica enorme, si alzò dalla sua poltrona, mi accompagnò alla porta, giù per le scale, fuori, attraverso il cortile, poi fuori del cancello sul marciapiede. Là mi abbracciò di nuovo. 

Andai via per la strada e quando raggiunsi l’angolo guardai indietro. Stava ancora lì, e mi salutava col suo braccio alzato. Come sempre, disposto a spendersi interamente per aiutare me, per aiutare tutti noi ad andare fino in fondo ad un incontro che si rivela come Cristo. Salvatore del mondo.

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