Il Salone dell’ottimismo

- Giuseppe Frangi

Ha avuto la fortuna del sole quest’anno il Salone del Mobile ed è servito a disseminare ottimismo su una manifestazione che ottimistica lo è un po’ per natura. GIUSEPPE FRANGI

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Ha avuto la fortuna del sole quest’anno il Salone del Mobile ed è servito a disseminare ottimismo su una manifestazione che ottimistica lo è un po’ per natura. Anche negli anni passati, quelli più duri della crisi, il Salone ha rappresentato un’Italia che ostinatamente guardava avanti, che non rinunciava a innovare, a inventarsi nuove soluzioni. È un modello che ha potuto reggere bene alla crisi anche grazie alla sua complementarietà: se la parte hard, cioè quella del vero business, che occupa tutta la Fiera di Rho, registrava sofferenze, era la parte soft, quella nata grazie al Salone e disseminata per tutta la città a garantire un’eccitazione compensativa, con le sue sorprese riposte negli angoli più impensabili della città. 

È certamente una chimica intelligente e preziosa che va preservata, anche per un altro motivo che è importante sottolineare. L’evento disseminato in città, figlio del Salone, diventa l’occasione per una riscoperta della città, con decine di luoghi nascosti che aprono le porte al popolo del design. Entrambi gli eventi, il Salone e il Fuori Salone in quanto tra origine dal primo, sono fattori che dovrebbero suggerire anche indicazioni per il prossimo Expo. Il nesso tra tessuto del passato e creatività presente non è casuale: è la storia della città che fertilizza la creatività. 

Da questo punto di vista è stata significativa la scelta di Cosmit, l’organizzatore del Salone del Mobile, di sponsorizzare la grande mostra di Bernardino Luini a Palazzo Reale, mostra aperta proprio in coincidenza della settimana del design. La mostra, oltre a presentare un artista di gran gusto che ha avuto una capacità di produzione di immagini da consumare a livello popolare, è stata anche affidata a una grande firma del design milanese per quanto riguarda l’allestimento, Piero Lissoni. Il risultato è un progetto di grandissima qualità, che è già stato ammirato da tanti osservatori internazionali presenti in città in questi giorni. Insomma, una logica vincente, perché non propone una Milano astrattamente internazionale, ma una Milano capace di giocare tutte le sue carte, comprese naturalmente quelle della sua storia.

Ma non sempre va così. Quest’anno tra i distretti di maggior successo del Fuori Salone c’è stato senz’altro quello di Brera. Qui è stato aperto l’Orto botanico un angolo straordinariamente suggestivo e segreto nel cuore della città (è stato “affittato” proprio da Lissoni per presentare alcune sue novità). Ebbene, per arrivare all’Orto occorreva passare per alcuni grandi corridoi dell’Accademia di Brera. Quello che impressionava, e che ha impressionato le migliaia di visitatori, è lo stato di fatiscenza di quella struttura che in teoria dovrebbe essere una delle più importanti fucine della creatività milanese. 

Dopo essere passati per cortili meravigliosi aperti quasi per incanto, per location accurate e di gran gusto, ci si trovava improvvisamente calati in un contesto di disordine e di apparente abbandono. È una domanda che Milano deve porsi. Perché se è vero che la città è disseminata di scuole, frequentate da tantissimi stranieri, che preparano i designer di domani, l’Accademia di Brera è proprio quell’anello di congiunzione tra passato e presente, tra arte e “mestieri” che è il vero segreto che ha fatto grande l’industria della creatività a Milano e in Lombardia. 

Il Fuori Salone con la sua effervescenza eventistica riesce a coprire dei buchi strutturali con l’apparizione sorprendente di nuovi talenti. Ma la sfida vera è quello di alimentare il tessuto di base di grandi artigiani, come fa il Salone, senza i quali ogni creatività resta solo un’idea.

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