Mosca e il dolore, chi sono io?

GIOVANNA PARRAVICINI da Mosca e il dolore, la responsabilità per quanto sta avvenendo nel mondo, a partire dal dramma ucraino-russo. Quando ogni parola può diventare testimonianza

16.04.2014 - Giovanna Parravicini
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Un filobus per le vie di Mosca: gente solita, modesta, quella che si incontra ogni giorno – anziani, giovani, facce stanche, taciturne, ciascuna fissa in un proprio pensiero, in una propria preoccupazione. E il silenzio di sempre, che colpisce sui mezzi di trasporto, rotto solo dal rombo del motore e dai rumori della via. Ciascuno è solo, senza legami, invisibile e senza occhi per vedere. Ma ad un tratto un uomo di mezza età alza la voce, così, senza preamboli, e recita una frase che nessun russo ignora, l’incipit di una delle più famose poesie d’amore di Puškin: “Ricordo il meraviglioso istante / tu m’apparisti qual vision fugace…”. È questione di un attimo, ma basta a trasformare quei volti fino allora estranei e un po’ smarriti che lo circondano – vi si legge stupore, e poi calore, gioia, partecipazione…Un ragazzo raccoglie l’ultima frase pronunciata e la prosegue: e nasce un coro, un concerto in cui – avrebbe detto anni fa il dissidente Bukovskij – non occorre il direttore d’orchestra, perché le sue funzioni le svolge il cuore di ognuno. Le parole si rincorrono, spuntano nuovi versi, nuove immagini – il balenare del volto amato, il primo tuono di maggio – e ciascuno è uno strumento prezioso, con un proprio timbro, una propria espressività che concorre all’armonia generale. Quello che non fa la voce lo fanno gli occhi, improvvisamente illuminati, talvolta commossi fino alle lacrime, lo fanno il sorriso, l’espressione stranamente intenerita e familiare delle facce. Come se in quei pochi minuti ogni persona abbia potuto conoscere in modo nuovo se stessa e riconoscersi parte di un’unità autentica, reale, umana.

Quella che ho descritto è una clip trasmessa nei giorni scorsi da TV Rain, che si conclude con il messaggio: “Le parole hanno una forza sorprendente quando sono libere”. Il dissenso, alla fine degli anni ’50, era nato proprio così, da un gruppo di giovani che si ritrovavano a recitavano poesie in piazza Majakovskij, intorno al monumento del poeta: non era nato come un’arringa politica, una denuncia o una protesta, ma come un gesto, un modo per esprimere la nostalgia di bellezza, di verità, di ritrovare il terreno solido dell’umano dalle sabbie mobili dell’ideologia. E in questo gesto viene superato, senza che neppure ce ne accorgiamo, il muro della paura e della diffidenza, in questo gesto rinasce la persona e il popolo.

Negli stessi giorni, il celebre teatro moscovita della Taganka ha cambiato il finale al Cipollino di Gianni Rodari, idolo italiano della letteratura sovietica. Si ritorna, come ai tempi di Stalin, a rifare la storia a proprio piacimento: il compagno Rodari non risponde più alle esigenze dell’epoca.

Invece di concludere lo spettacolo con la rivoluzione delle verdure contro i baroni della frutta, ora il conflitto di classe tra gli ortaggi viene risolto nello spirito dei tempi, esorcizzando ogni possibile “Majdan” (termine che in Russia per molti è diventato semplicemente sinonimo di violenza e disordine): i braccianti riescono a raggiungere la corte del principe Limone e a consegnargli una supplica, il nobile si commuove ed emana decreti per migliorare la vita dei sudditi e resta a governare il suo giardino. Insomma, ci attendiamo tutto dall’alto e speriamo nell’illuminata clemenza dei potenti. Non ho mai simpatizzato per le idee di Rodari, non riesco a rallegrarmi di questa sua “epurazione”. Cambiano le vernici ideologiche, ma la sostanza non rimane la stessa?

Sabato pomeriggio, per le vie di Mosca intorno alla cattedrale cattolica, i passanti si sono scontrati con uno strano corteo che seguiva una croce: un migliaio di persone che alternavano silenzio e canti, ripercorrendo la “Via crucis” di Cristo. Qualcuno ha commentato: “Ma sì, sono i cattolici… Pensa che nelle loro chiese hanno le panche per sedersi, senza rispetto per Dio!”. Una donna, invece, che arrivava con la borsa della spesa, senza dir niente ha cambiato direzione e si è accodata alla processione.

Un fatto, un gesto può lasciare scettici o interpellare. “Chi sono io, davanti al mio Signore?”, si è chiesto e ci ha chiesto domenica Papa Francesco. Se c’è questa domanda, se il dolore e la responsabilità per quanto sta avvenendo nel mondo, a partire dal dramma a noi più vicino – in Ucraina e in Russia – ci ferisce e ci interpella, ogni parola può diventare testimonianza, inizio di unità.

A volte dialogare diventa estremamente difficile, complice il martellamento psicologico dei mass media: verità che parrebbero elementari vengono lette ideologicamente, alla verità dei fatti si frappongono montagne di pregiudizi, complessi, reazioni istintive che impediscono di arrivare all’altro, di riuscire a farsi ascoltare. “In una società come questa non si può creare qualcosa di nuovo se non con la vita: non c’è struttura né organizzazione o iniziative che tengano. È solo una vita diversa e nuova che può rivoluzionare strutture, iniziative, rapporti, insomma tutto”. Don Giussani diceva queste cose nel 1978, in un’Italia ben diversa dall’attuale, quando ancora l’URSS non accennava a vacillare. Ma sono sorprendentemente vere e attuali anche oggi: è solo la commozione per un’esperienza di bellezza, di libertà visibile, tangibile, che ci riporta all’essenziale e ci rimette in gioco. E diventa un imperativo ineludibile, in ogni situazione, attraverso ogni parola.

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