Solo il cuore muove il mondo

E’ passato un anno dalla nascita del movimento dei “veilleurs”: non un gruppo di preghiera né di protesta o di difesa del tempo passato, ma un movimento dell’anima. SALVATORE ABBRUZZESE

17.04.2014 - Salvatore Abbruzzese
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Il movimento dei “veilleurs” compie oramai un anno di vita. Ce n’è abbastanza per denunciare l’imbarazzante silenzio dell’intellighenzia culturale, sempre attenta in altri casi ai fenomeni di massa, e rimasta questa volta scandalosamente silenziosa dinanzi ad un fenomeno di vitalità e di presenza nella società civile che nasce e cresce nella cultura cattolica diffusa.

Il punto di partenza, riconducibile all’universo culturale della Manif pour tous, è costituito dalle reazioni alle legge Taubira sulle unioni omosessuali e il diritto all’adozione. Tali reazioni, come è noto, hanno riportato alla luce la centralità del legame umano tra uomo e donna, assieme al principio della sua indisponibilità alle ricomposizioni culturali o alle riquadrature personali. Ogni relativizzazione in quest’ambito è aberrante in quanto la vita di un terzo che eventualmente ne consegue, la nascita di un nuovo essere umano, ha diritti che non possiamo volontariamente violare: il primo dei quali è quello di avere il proprio padre e la propria madre.

Ma se questa è la constatazione di partenza i veilleurs, oltre alla denuncia della corresponsabilità che ciascuno di noi detiene nel tacere e lasciar correre, hanno scelto di rovesciare le forme classiche di protesta per mettere in piedi delle esperienze di attenzione all’esistenza, intesa come dimensione essenziale e non relativa dell’essere. Al fine di prendere le misure dell’abisso di senso nel quale l’attuale deriva culturale finisce con il far precipitare, è necessario recuperare per intero l’esperienza interiore, rimettersi in sintonia con la nostra umanità strutturale annichilita, lasciata ai margini.

Alle pur necessarie manifestazioni di piazza i veilleurs antepongono così dei momenti pubblici di riflessione e di ascolto. Dichiarare, come fa uno degli animatori, che non si è un gruppo di preghiera né di protesta e nemmeno dei difensori del tempo passato, ma “un movimento dell’anima, un recupero del senso dell’uomo dinanzi alla dissoluzione dei legami sociali, ad iniziare da quello familiare” consente di comprendere un modo di opporsi che fa dell’esperienza del recupero dei principi e delle sensibilità prime una forma esplicita di contestazione. Ad una legge che pensa di poter liquidare e ricomporre la natura umana spacciandola per “costruzione sociale” viene opposta la coscienza che questa natura esiste e che va non solo proclamata ma soprattutto recuperata e quindi vissuta. Per questo la protesta prende la forma di un’esperienza di recupero dell’umana sensibilità, realizzata attraverso la riflessione e l’ascolto.

Le veillés mirano allora a recuperare le eredità di attenzione all’umano presenti nel nostro capitale culturale, rivivendole collettivamente. Queste eredità si trovano nella letteratura, laica e cattolica, nei canti e nei gesti: è il patrimonio che ci sta a cuore ed il cui disconoscimento è alla base della cultura del bricolage alla quale ci sembra erroneamente di essere autorizzati. 

La veglia fa della riconciliazione con l’umano e con le eredità culturali che lo hanno affermato, la prima e più alta forma di provocazione protestataria: la reazione sproporzionata della polizia documentata nei filmati sulla rete, mostrando come una poesia letta e ascoltata in piazza faccia molto più rumore di altre forme di protesta, fornisce indirettamente la prova di quanto la scelta espressiva dei veilleurs colpisca nel segno.

Se è vero che ciò che muove il mondo muove anche il cuore dell’uomo, come suggeriva don Luigi Giussani in un alterco con un giovane militante di Gioventù Studentesca nel 1968, i giovani veilleurs prendono nota e fanno esattamente ciò che don Giussani avrebbe consigliato loro di fare: partono da ciò che muove il cuore dell’uomo per muovere il mondo. Si parte allora dal canto, dall’ascolto e dal legame di solidarietà che nasce nella condivisione pubblica del riconoscimento di ciò che si è: “degli innamorati della vita che si trasmette e si dona”; il resto verrà da sé.

Replicare alla cultura della solitudine autoreferenziale delle autonomie soggettive con la riscoperta dell’essenzialità del legame sociale e della relazione umana che costruisce ed edifica è così la forma più radicale di risposta. Ad una cultura che crede di poter liquidare i legami naturali non si può replicare che con l’esperienza dei legami ritrovati ed il recupero dell’intera cultura che ne è andata alla ricerca.

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