La santità di cui abbiamo bisogno

Di cosa ci ha parlato la canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II? Forse di quella santità di cui c’è particolarmente bisogno in questo tempo. GIOVANNA PARRAVICINI

16.05.2014 - Giovanna Parravicini
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Immagine di archivio

Qualche settimana fa parlavo con un’amica ortodossa, qui a Mosca, che mi diceva il suo grande desiderio di essere presente alla canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Alla mia obiezione che ci sarebbe stata talmente tanta gente che non avrebbe comunque visto nulla, mi ha risposto, un po’ stupefatta della mia superficialità: «Ma io vorrei essere proprio lì, in mezzo alla gente, per vivere il clima, respirare l’aria della loro santità».

Queste parole mi sono tornate in mente qualche giorno fa, leggendo sul blog di Ol’ga Sedakova una sua riflessione sull’evento: «…I santi sono certamente di più rispetto a quelli canonizzati ufficialmente dalla Chiesa. Molti non li conosciamo, li conosce Dio. La canonizzazione è un avvenimento per noi, quindi, non per i santi; un avvenimento che ci parla della santità che possiamo riconoscere, della santità di cui c’è particolarmente bisogno nel nostro tempo».

Mi sembra che in questi tempi non facili per la Russia, sia fondamentale distinguere tra il bisogno di questa santità e un certo sentimento del sacro, un richiamo del divino che pure si percepisce fortissimo tra la gente e si vede, ad esempio, nelle folle che accorrono a venerare la cintura della Madonna oppure le reliquie dei re magi. Ricordo bene l’insolito clima di attenzione creatosi un anno fa sulla stampa e fra l’opinione pubblica russa intorno alla rinuncia di Benedetto XVI, ma – tra tutto ciò che si poteva dire e rilevare – c’era una domanda insistentemente posta da giornalisti, conduttori televisivi e dalla gente comune: che presagio costituiva il fulmine che, proprio in concomitanza con la dichiarazione di papa Ratzinger, nel corso di un violento temporale si era scaricato sulla cupola di San Pietro? Dio era dunque contro il suo gesto? Allo stesso modo, nei giorni della canonizzazione dei due papi le discussioni più forti in Russia le ho sentite sul tragico incidente in cui nel bresciano ha perso la vita un ragazzo, in seguito al crollo di un crocifisso. Non era forse questa una riprovazione divina della canonizzazione?

In Cristo, Dio si è fatto uomo, ha preso un volto umano, e continua ad essere presente nella storia attraverso degli uomini, attraverso la loro testimonianza. Eppure, tante volte, anziché cercarlo nella Sua presenza umana, anziché coinvolgersi con la Sua testimonianza umana rischiando la nostra libertà e responsabilità preferiamo esorcizzare l’incertezza, il senso di precarietà, le paure ricorrendo a «talismani» (a questo vengono talvolta ridotte le reliquie, ma può trattarsi anche del culto del capo, della retorica della patria, del mito della vittoria…), rifugiandosi dunque in una cultura pre-storica, pre-cristiana. Non è un caso che Giovanni Paolo II definisse il nostro tempo come «civiltà della paura».

Èd è proprio qui il gioco del potere, stornare l’attenzione delle persone dal «testimone» – che possono essere gli occhi luminosi e lieti di Benedetto XVI sul portone di Castelgandolfo, la forza di verità che traspare dalle parole e dai gesti di Giovanni XXIII o di Giovanni Paolo II, oppure anche la provocazione di chi abbiamo accanto nel quotidiano – per incatenarla a forze cieche, superstizioni e mitologie che le lasciano in balia di una sorte ultimamente sempre avversa, ostile.

Il carisma dei due papi canonizzati è stato realmente quello di andare all’essenziale, proponendo – come osserva ancora la Sedakova – una «Chiesa che non si pone al servizio di se stessa, della propria pur grandissima tradizione, e neppure della “fede dei padri”, ma unicamente e direttamente al servizio di Cristo stesso… Si trattava di non accrescere le paure dell’uomo con una quantità di divieti e prescrizioni, ma di consentirgli di rialzarsi in piedi scuotendosi di dosso le sue eterne paure, diffidenze e preoccupazioni».

In che modo? Rivelandogli «fino a che punto è amato», e condividendo l’esperienza di una «vita vissuta come servizio, come vocazione. Come una vittoria invincibile. Infatti lo smarrimento e la meschinità della vita interiore dell’uomo contemporaneo sono legati alla perdita del sentimento della propria vocazione».

Di smarrimento oggi in Russia ne vediamo tanto, e può rivestire forme diverse, talvolta passive e rassegnate ma talvolta anche brutali, aggressive. «Per sperare occorre aver ricevuto una grande grazia», dice Péguy. Così per tanti, anche in Russia, anche fra ortodossi praticanti, venerare la figura di Giovanni Paolo II è diventato semplice, naturale, com’è per san Francesco d’Assisi, ad esempio. E come dice ancora Ol’ga Sedakova, «beati coloro che venerano questa santità».



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