Perché votare

- Federico Pichetto

Alla vigilia delle elezioni europee si confrontano interpretazioni molteplici del voto e degli schieramenti in campo. Occorre sempre richiedersi: perché votare? FEDERICO PICHETTO

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Sondaggi Elettorali 2016 (Infophoto)

Nietzsche sosteneva che nella società nichilista non esistono fatti, ma solo interpretazioni. Alla vigilia delle elezioni europee si confrontano interpretazioni molteplici del voto e degli schieramenti in campo. Queste interpretazioni sono espresse attraverso delle descrizioni di vicende, dei racconti, che vengono offerti da politici e commentatori come “mantra” da ripetere costantemente nella speranza di imporli come la lettura ufficiale della realtà attuale. 

Così, in quello che una volta si sarebbe definito il blocco moderato, il Movimento 5 Stelle è rappresentato come l’icona della deresponsabilizzazione e del nichilismo, mentre – nel blocco grillino – Renzi è dipinto come il canto del cigno di una politica corrotta arrivata al capolinea. Queste definizioni sono costruite apposta per togliere agli interlocutori la possibilità stessa di un confronto autentico con la realtà delle cose. Nel passato questo succedeva quando si accostava d’ufficio l’aggettivo mafioso a certi democristiani o quando i comunisti erano bollati senza appello come sovversivi e miscredenti. La nostra società, insomma, è maestra nell’eliminare preventivamente l’avversario, nell’eludere la fatica del confronto con chi apparentemente sembra agli antipodi della propria esperienza e delle propria tradizione. 

Accadeva anche ai tempi di Cristo, quando pubblicani e prostitute erano bollati come “peccatori” e quindi immondi, non degni neppure di essere presi in considerazione. Accade tutti i giorni a noi quando, con un aggettivo, facciamo fuori il marito, la moglie, i figli, gli amici. Accade perché vogliamo evitare che quelle vite, quei volti, ci mettano in discussione, ci spingano a cambiare. È questa l’ideologia. Quella stessa ideologia che definisce Berlusconi un delinquente, Alfano un protettore di vecchie cariatidi, Renzi un “figlio di troika”, Grillo un dittatore. Io non metto in dubbio che questi epiteti possano prendere spunto da episodi realmente accaduti, ma dico che così facendo si condanna il paese allo scetticismo e alla voglia di “sfascismo”. 

Ogni volta che noi non facciamo i conti con la realtà, come fece Cristo nei confronti dell’adultera o di Zaccheo, perdiamo l’occasione migliore della nostra vita: quella di imparare, di capire. L’uomo sembra oggi in balia di un accecante desiderio di essere confermato, approvato, rassicurato, in quello che sa già. Per questo liquida l’altro, il diverso, con un epiteto. Per questo non accetta di stare in silenzio, di non commentare, di attendere: perché ha fretta di chiudere, di tarpare, la domanda che la realtà pone. 

Il successo di Grillo, infatti, deve essere capito, la speranza che suscita Renzi deve essere compresa, l’immortalità elettorale di Berlusconi deve essere indagata, la voglia di un movimento moderato unito, rappresentata da Alfano, deve essere ascoltata. Ma questo vale anche per Tsipras, per Salvini, per la Meloni, per il brontolio di mia moglie e per la diversità di mio figlio: io non posso liquidare tutto con quello che so, perché io – davanti a quello che accade – ho la possibilità di vedere Qualcosa di nuovo, di ascoltare – ancora una volta – la Parola di un Altro, l’invito di un Mistero. 

A riprova di ciò va detto che questo è il paese dove si è fatto fuori Mussolini senza cercar di capire fino in fondo l’infatuazione del popolo per il fascismo, dove si è mandata al macero l’esperienza craxiana senza provare a custodirne la preziosa eredità, dove si è cantato l’Alleluia di Hendel per l’uscita di scena di Berlusconi senza neppure domandarsi che cosa il paese aspettasse veramente da lui. Oggi tutto questo atteggiamento snob, lobbista, settario, è ancora in agguato. Con Renzi, con Grillo, con Alfano. Ma soprattutto con i nostri amici e con noi stessi. 

Per questo, per andare a votare seriamente alle elezioni di domenica, abbiamo bisogno di una sola cosa: che riaccada nella nostra vita lo sguardo di Cristo. Questo non è “confessionalismo” o “spiritualismo”, ma è la posizione di chi non ha paura di verificare concretamente il fatto che le forze che cambiano la storia siano le stesse che cambiano il cuore dell’uomo. Altrimenti possiamo pure promuovere tanti assiomi apodittici − universalmente ineccepibili o affascinanti − ma poi, alla fine dei conti, essere come tutti gli altri. Per alcune persone dire queste cose potrebbe risultare una perdita di tempo, un distrarsi dalla “battaglia politica”, per me − che vivo su una montagna alla periferia del mondo − è l’unica cosa che conta. L’unica cosa che, domenica prossima, mi farà alzare ed andare − con ironia e libertà − ad esprimere il mio voto.

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