I fantasmi di Tiananmen

- Giuseppe Frangi

Era il 5 giugno di 25 anni fa. La notte del 4 giugno, in piazza Tiananmen l’esercito cinese aveva schiacciato nel sangue la rivolta riconquistando la piazza. GIUSEPPE FRANGI

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L'eroe di Tiananmen, 5 giugno 1989 (Immagine d'archivio)

Era il 5 giugno di 25 anni fa. Il giorno del dolore dopo la strage. La notte del 4 giugno, in piazza Tiananmen l’esercito cinese aveva schiacciato nel sangue la rivolta riconquistando la piazza. Nessuno saprà mai il numero esatto dei morti, e nessuna immagine ci resta a testimonianza di quella strage. Erano tempi diversi, senza cellulari e senza internet. Di quei giorni una sola immagine fece il giro del mondo. Venne scattata da una distanza di circa 800 metri, da fotografi piazzati ai piani alti dell’Hotel Pechino, dove i giornalisti erano rinchiusi. Esiste la foto, ed esiste anche il breve filmato in cui si vede l’audace sconosciuto che sembra ingaggiare una danza con i carri armati che cercano di scansarlo e di passare. 

È una foto insieme epocale e un po’ irreale. Quei tank arrivavano dalla piazza dove era stato compiuto il misfatto e stavano percorrendo la prima parte della lunghissima avenue di Chang’an che attraversa Pechino. Il rivoltoso quindi non sta cercando di fermare i carri per impedire che raggiungano la piazza, ma semplicemente ingaggia una sfida decisamente impari, e anche un po’ folle. Sulla sua identità sono circolate tante versioni. C’è chi ha sostenuto che non si trattasse di uno studente ma di un contadino e che nel sacchetto che tiene nella mano destra (nell’altra tiene la giacca) ci fossero delle mele. Ci sono altre fonti, come Asia News, che lo avrebbero invece identificato in uno studente, Wang Lianxi, incarcerato e rilasciato solo nel 2007 dopo 18 anni di carcere per essere però internato in un ospedale psichiatrico.

Se guardiamo oggi quella foto che è diventata un’icona della libertà e della non violenza, una foto che è entrata a buon diritto tra le 100 del secolo, scorgiamo qualcosa di irreale. Com’è possibile che dei militari che qualche centinaio di metri più indietro non s’erano fermati davanti a niente, qui accettino invece di farsi quasi irridere da uno sconosciuto disarmato? E con quale pensiero quello sconosciuto s’era deciso a quel gesto in assoluta libertà e incoscienza? Che parole avrà detto ai carristi che cercavano di riportarlo a più saggi consigli? 

Quella del “rivoltoso sconosciuto” è un’immagine potente non perché abbia un carico di drammatica icasticità come accade a tante altre delle 100 immagini del secolo. È un’immagine potente anche se sfuggente nei suoi contorni, perché mantiene qualcosa di incerto e quasi di misterioso nelle sue dinamiche. È potente non perché ci dica tutto in modo incontrovertibile, ma perché ci costringe a pensare. È potente perché è una foto impossibile, una foto che non avrebbe dovuto esistere, come non sono di fatto esistite le foto della terribile strage della notte prima. 

È potente nella sua evocatività, perché pur in quel contesto drammatico, non ci parla innanzitutto di una sconfitta. Il “rivoltoso” come i folli del teatro shakespiriano è colui che si permette di irridere il potere, di svelarne le impreviste fragilità. Quale strano scrupolo ha colto il carrista che cerca di aggirare quell’uomo che gli si oppone a mani nude? Non aveva avuto probabilmente scrupoli qualche centinaia di metri più indietro… 

L’imprevisto di quell’apparizione lo ha mandato in tilt. Ma con lui ha mandato in tilt un potere che pensava di poter gestire e manipolare le masse, ed è stato invece preso in contropiede dall’iniziativa libera di un individuo. Un individuo normale, non uno con la vocazione a fare l’eroe. Uno che se ne andava con un sacchetto in una mano e la giacca nell’altra (era giugno, faceva caldo) e che non pensava affatto che quella sarebbe stata la sua ultima ora. Non è il coraggio a muoverlo, è l’ironia. E contro di quella il potere non ha davvero nessun’arma. 

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