I veri nemici della fede

- Salvatore Abbruzzese

Sul Corriere on line del 12 agosto svetta la notizia del “narcos” colombiano arrestato ad Imperia, “Il killer da 130 omicidi che andava a messa tutte le sere”. SALVATORE ABBRUZZESE

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Sul Corriere della Sera on line del 12 agosto svetta la notizia del “narcos” colombiano arrestato ad Imperia, dove si nascondeva. Il lato accattivante e “gustoso” dell’articolo non è ovviamente l’arresto di un criminale ricercato da tutte le polizie del mondo, quanto la sua pratica religiosa espressa abilmente nel titolo “Il killer da 130 omicidi che andava a messa tutte le sere”.

Ritorna sul campo una polemicità di stampo puramente farisaico, tesa a misurare la vita dei cattolici, ovviamente credenti, praticanti, magari anche penitenti e benefattori, non facendosi sfuggire i casi nei quali dietro alle devozioni più esplicite si scoprono i comportamenti più sordidi, le vischiosità umane più inconfessabili, quando non addirittura i reati da codice penale. I nostri nuovi farisei non esitano, quando occorre, ai gesti più indecenti come quello di intervistare la vittima di una violenza o il padre di qualche ragazza violentata e uccisa per affrettarsi a domandare: “Ha perdonato”? C’è qui all’opera una vera e propria sconcezza mediatica da parte dei giornalisti che svela la loro oramai incontenibile e debordante ignoranza sul significato dell’appartenenza e della pratica religiosa, unita alla volontà di squalificare un intero universo culturale che li infastidisce e che in cuor loro detestano.

Sono sempre stato convinto che tra le migliaia di persone presenti al discorso della montagna narrato nei vangeli di Matteo e di Luca, accanto agli entusiasti vi fossero ladri, assassini, prostitute, ma anche aspiranti alla carriera politica in cerca dell’astro nascente da appoggiare, corruttori, furbi e furbetti di ogni calibro. Gesù lo sapeva e li attendeva, attendeva il loro pentimento, la loro capacità di tornare indietro – difficilissima e che si realizza solo con la grazia. Domenico Mancuso Hojos faceva benissimo ad andare a messa tutte le sere, così come faceva benissimo ad andare in pellegrinaggio a Pietralcina e a portare al parroco una statuetta di San Pio. Ciò forse – ancora non sappiamo nulla – non è stato sufficiente a farlo tornare indietro e, probabilmente, viveva una sua doppia vita, del resto perfettamente comprensibile visto che era ricercato dalle polizie di mezzo mondo e forse anche da qualche “cartello” di famiglie rivali.

Ma la porta di quella chiesa e quelle pagine eterne erano lì anche per lui ed è nella missione della Chiesa il dovere di tenerle sempre aperte, anche quando si rischia di restare delusi, anche quando si rischia di restare traditi nella buonafede. Gesù sapeva dei limiti di Giuda, di quelli di Pietro, probabilmente conosceva già in anticipo quelli di Paolo: limiti enormi, gente che dopo tre anni che lo seguiva ancora dibatteva sul posto da occupare nel futuro scacchiere politico, una volta liberata Gerusalemme dai Romani e instaurato il Nuovo Regno. Gente dalla quale Gesù avrebbe fatto bene in qualche caso a diffidare, ma che poi si è rivelata al fondamento della trasmissione della buona novella. 

È evidente la volontà del giornalista di demitizzare, di “riportare alla realtà” un universo di creduli che, scioccamente e semplicisticamente, accoglie manigoldi di ogni sorta, che simulano quasi sempre una devozione più strumentale che reale. Per lui, in realtà, nessuno realmente si pente così come nessuno realmente perdona. Chi ci crede è uno sciocco e continua a raccontare a sé stesso ed agli altri una “bella narrazione” implicitamente consolatoria, ma che non ha nessuna rispondenza con la realtà: gli eroi e i santi sono pochi, la maggioranza mente.

La vera notizia è che il giornalista crede che tutto questo non sia già noto e una tale verità vada rivelata, non sapendo che è proprio a partire da questa verità, proprio perché ciò che dice è vero che la chiesa è un luogo di preghiera ed il pellegrinaggio un momento di penitenza. Proprio perché ciò che dice è vero c’è stato bisogno di un Dio crocifisso, affinché il velo sul cuore di ciascuno di noi fosse tolto e, accanto allo squallore dei peccati commessi, si manifestasse anche il desiderio di liberarsene.

Nelle chiese c’è silenzio perché ciascuno si guarda dentro e non si può non farlo una volta dinanzi alla statua di un uomo crocifisso. Lasciamo Domenico Hojos a pensare e preghiamo per lui, perché non tutti hanno la grazia di nascere in Italia e non è facile uscir fuori dalle grandi famiglie dei narcos. Come credente sono convinto che, andando a messa tutte le sere, Domenico ha comunque aperto una porta, lo Spirito farà il resto.

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