Iraq, o il perdono o il potere

- Vincent Nagle

Come reagiamo di fronte a quanto sta accadendo in Iraq? Con la rabbia, l’indignazione, la paura. Sognamo vendetta. Ma il metodo di Cristo è il perdono. VINCENT NAGLE

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Il sedicente califfo Abu Bakr al Baghdadi (Infophoto)

Leggendo degli avvenimenti catastrofici che si susseguono sulla pianura di Niniveh, nell’Iraq nord occidentale, in questi giorni, guardando le foto e i video con atti di violenza al limite dell’orrore commessa sulle popolazioni cristiane e yazide, sentendo le testimonianze di chi ci vive o chi ci riferisce le cose raccontate da altri, mi trovo profondamente scosso e interrogato.  

Sono scosso dal senso del male infernale che incombe, dall’abisso oscuro che è il cuore umano quando si lascia schiavizzare dalla passione per il potere.  Davanti a questi avvenimenti, e davanti al silenzio e all’approvazione tacita di tante comunità musulmane che dovrebbero protestare vivamente, provo anche una rabbia profonda che nasce dalla paura che si insinua nel mio animo. Torno ripetutamente alle immagini di uomini e ragazzi che tengono in mano teste decapitate, dei corpi dilaniati di bambini e madri oppure le immagini dei tanti padri che, in fuga, portano con sé i corpi dei figli morti per depositarli lungo la strada dell’esilio senza ceremonia o sepoltura.

Guardo queste cosa e sogno armi potenti che possano eliminare chi commette tali gesti bestiali. Sogno vendetta.  

Poi mi sento interrogato. La presenza di chi mi salva dalla dannazione eterna, che mi dice? Oltre alla logica cristallina della forza, oltre al discorso furioso e sdegnato di condannare chi commette tali crudeltà, oltre a invocare azioni che sarebbero giustificate contro quegli assassini, mi rivolgo a Lui e dico, “Che mi dici, Tu?” E lui mi dice: “Ma tu ti ricordi di come ti ho convertito a me?” 

E a quel punto mi ricordo cos’è che allora mi ha fatto ascoltare i cristiani, anche quelle loro parole e quei loro discorsi che trovavo odiosi. Mi vengono in mente i professori di università, che mi hanno sfidato sulla questione della fede. Mi sono messo contro di loro con tutte le mie forze. Ho parlato contro di loro privatamente e pubblicamente, ho scritto contro di loro in giornali piccoli e grandi, ho organizzato gesti contrari alle loro iniziative con gli studenti. Ma per quanto esprimessi la mia contrarietà, andando contro di loro, essi non si sono mai messi contro di me. Non solo, ma uno in particolare si è mosso, anche al prezzo di un grande sacrificio personale, per aiutarmi quando avevo bisogno e alla fine della laurea mi ha pure ringraziato. Non aveva paura del male che gli facevo.  Voleva solo favorire un mio incontro colla verità che salva. Una passione per il mio destino lo spingeva, non una opposizione ai miei errori. Soffriva volentieri per me.

Davanti al male, sopratutto un male così nemico e carnefice della vita innocente (perché è innocente) come vediamo nel così detto Isis, il califfato, è così facile dare tutto se stessi all’opposizione per distruggere chi minaccia la vita. Ma nella mia vita è entrata un’altra forza, nel mondo è entrata un altra logica: è la logica di Colui che è venuto non a condannare ma salvare. Se non seguo questa novità finisco nel gioco di chi mi offre potere, non di chi ci offre salvezza.  

Cosa fare, allora? Senza per niente negare l’importanza di una difesa della vita innocente, anche, se necessario, con la forza, Colui che ci salva ci invita a non farci prendere dal fascino del potere, ma a lasciarci conquistare dal fascino della compassione.  Pregare, digiunare, donare e, forse, anche andare per soffrire con, appassionarci al destino dei nostri fratelli è la logica che nasce dalla nostra gratitudine per la salvezza.  

Allo stesso tempo viviamo il dramma di questi tempi con quello spirito che per primo ci ha aperto la mente e cuore alla Verità che salva: uno spirito che non ha tempo da sprecare mettendoci “contro”, ma è tutto preso dalla compassione, dal mettersi con chi grida, sopratutto nel nome di Gesù. Vogliamo andare e soffrire con loro, con colui che ha detto, con l’ultimo respiro, «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23, 34).

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