La Russia e il parmigiano

MARTA DELL’ASTA e le sanzioni dell’Occidente a danno della Russia si fanno sentire pesantemente sul cibo a disposizione della popolazione. Ma è anche un problema culturale

20.08.2014 - Marta Dell'Asta
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Mentre i produttori italiani fanno tristemente il calcolo delle perdite causate dalle “contro sanzioni” di Putin in risposta a quelle occidentali, anche l’opinione pubblica russa fa le sue considerazioni, non meno tristi, sulle conseguenze presenti e future dell’embargo totale dei prodotti alimentari statunitensi ed europei sui mercati russi. 

Sono state definite, molto significativamente, le “sanzioni autoimmuni”, ovverossia dirette contro l’organismo stesso che le ha generate, per una grave alterazione del funzionamento interno. Il clima ultrapatriottico che domina oggi in Russia ha spinto alcuni ristoratori di professione a tripudiare, perché finalmente ci si é liberati dal “diktat alimentare straniero”, in nome della kasha nazionale. Altri cittadini, invece, più sobri, hanno onestamente osservato che sarà dura tornare al latte russo che va a male prima della scadenza, o rinunciare al pesto, alla pasta, al tiramisù, tutti piatti che ormai sono entrati nei costumi della gente normale, non solo delle élite. 

Dalle considerazioni d’ordine pratico si passa a quelle d’ordine generale, filosofico e financo morale, e, curiosamente, il cuore e il simbolo di tutto questo dibattito è diventato il “parmigiano”: nessun pubblicitario nostrano avrebbe saputo escogitare una campagna promozionale più accorata ed entusiasta di quella che stanno intessendo oggi molti russi. Se i patrioti di ferro affermano, con scarsa credibilità, che rinunciare al parmigiano renderà i russi più liberi nello spirito, i liberali, all’opposto, dicono che a loro non interessa il formaggio in quanto tale ma la libertà di scelta che esso comporta: vivere senza il parmigiano si può ma senza libertà di scelta? “Io invece – ha detto il giornalista Valerij Panjushkin – a costo di sembrare un isolato, difendo il parmigiano in quanto tale, perché costituisce un valore spirituale”. 

La boutade è simpatica ma non è assurda come sembra a prima vista, anzi prende spunto da una questione apparentemente banale per richiamare valori ben più profondi: il senso della storia e della cultura, il senso del lavoro e della responsabilità personale, la possibilità stessa di un legame fra le diverse generazioni. Panjushkin ricorda innanzitutto che la storia di questo formaggio è più antica di quella della Russia come paese, in quanto risale ai tempi dei romani, e persino il celebre capitano di ventura Gattamelata nel XV secolo lo dava per contratto ai suoi soldati come rancio. E poi, “i legami del parmigiano con la cultura russa sono altrettanto solidi: è citato da Gogol e Tolstoj, per cui da oggi, i nostri scolari, leggendo i classici della letteratura, non capiranno più di cosa si parla”.

Ma la cosa che più preme a Panjushkin è la perdita del “valore tecnologico e culturale” che il parmigiano racchiude, e qui il discorso si fa ancora più serio: “La sua tecnica di produzione è stata elaborata nei secoli e viene seguita rigorosamente. Per fare una forma di parmigiano ci vogliono come minimo due anni. In Russia non si producono formaggi a pasta dura di quel tipo ed in mancanza di questa pietra di paragone come potremo spiegare ai nostri casari che non ci si fa il bagno nelle vasche del latte (come si fa, ahimè), e che il prodotto finale sarà buono solo se si seguono le regole di produzione col dovuto rispetto? Questo vale per qualsiasi prodotto, compresi i missili. Come faremo a far capire che ci vogliono disciplina, tradizione e cultura?”. 

E poi che dire del gusto, “dell’intera gamma di sensazioni e sapori” che la Russia, autoisolandosi, finisce per escludere dal proprio orizzonte culturale? Anche qui il discorso si fa ampio e profondo, tocca il senso vero della tradizione, la responsabilità personale, la possibilità di imparare dall’esperienza altrui, compresa quella lavorativa; e così dal gusto del buono si passa all’apertura spirituale che questo richiede. Si può sostituire il parmigiano sul mercato? Certo che sì, dice Panjushkin, se lo si considera un semplice cibo che riempie la pancia, così come si potrebbero sostituire i quadri di Leonardo con quelli di un qualsiasi pittore russo, ma non appena li si considera dei valori spirituali, subito si incomincia ad amare Leonardo, i nostri pittori e tutti i pittori del mondo: “Mi si potrà dire che ho esagerato paragonando il parmigiano ai quadri di Leonardo. Ma tenete presente che dai quadri di Leonardo al parmigiano non c’é che un passo”: come dire che persino parlando del parmigiano entrano in gioco creatività, disciplina e arte. 

Come dire, ancora, che molti russi sono stufi degli stereotipi grossolani del “noi”-“loro”, dell’Occidente marcio e corrotto e della Russia ultimo baluardo dei valori cristiani. Il parmigiano è molto più che un glorioso formaggio italiano, e questo qualche russo l’ha capito forse meglio di noi.

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