Il vanto della croce

- Vincent Nagle

Il 14 settembre la Chiesa ricorda la festa della Esaltazione ndella santa croce. Ne spiega il senso VINCENT NAGLE. Un segno di sconfitta, in Cristo diventa un vanto di gloria

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Caravaggio, Incredulità di san Tommaso (1601) (Immagine d'archivio)

Io viaggio così spesso da poter dire che sono costantemente in spostamento da un posto all’altro.  Quando arrivo, amo fare tante domande sulla storia, sulla cultura e sull’esperienza del luogo. Una domanda che faccio spesso alle persone è “uno di questo posto, di che cosa va più fiero? Che cosa racconta più volentieri alle persone che vengono in visita? Che aspetti della vita e della storia di qui lo rendono più contento di portare il nome di questa comunità?” – o, in altre parole, “mostrami la vostra gloria!”.  

Tutto questo mi viene in mente nella festa dell’Esaltazione della Croce, che viene celebrata questa domenica. Per noi cristiani è questa croce che noi proponiamo come la risposta alla domanda “di che cosa siete fieri, voi cristiani?”. La storia di questa festa già lo dimostra. Nell’anno 614 l’esercito persiano conquista la Terra Santa e la Vera Croce viene portata via da Gerusalemme. Sedici anni dopo, l’imperatore bizantino Eraclito, dopo molti anni di combattimento, sconfigge finalmente i persiani e riporta la croce in processione solenne a Gerusalemme. Mentre il corteo passava attraverso quelle terre portando il simbolo essenziale della nostra vittoria finale, le comunità cristiane accendevano enormi falò per dimostrare la loro fierezza di appartenere alla croce. Anche oggi tutte le parrocchie della Terra Santa accendono grandi fuochi e cantano inni di gioia, gloria e vittoria per celebrare questa memoria.  

Già, perché è proprio questo strumento di una morte supremamente vergognosa che ci riempie di orgoglio. È strano, ma vero. Quello che è in sé un segno di umiliazione e sconfitta, in Cristo diventa un vanto di gloria. Gesù stesso si gloria dei segni lasciati nel suo corpo da questa croce. Per farsi riconoscere dopo la risurrezione, il Signore indica le ferite della croce: “Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi”. All’apostolo Tommaso, Gesù mostra le sue cinque ferite. Quando l’apostolo Giovanni ha la sua visione del cielo, vede il Signore come un Agnello immolato. Nella sua piena gloria, Gesù si fa riconoscere per le ferite della croce. 

E quello che per noi una volta era solo fonte di vergogna, diventa con la croce di Cristo motivo di fierezza. Un grande passo nella nostra libertà sarà quando non pregheremo tanto il Signore di levarci le ferite, di eliminare gli aspetti più assurdi della nostra umanità, tanto meno di guarirci dalle nostre debolezze, ma di aiutarci a portare tutto davanti alla sua croce, e queste stesse ferite come segni gloriosi, per sempre. Allora la croce apparterrà a noi, e noi alla croce. Andiamone fieri.



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