Terza guerra del Golfo?

- Fernando De Haro

C’è molto da fare perché Obama non commetta gli stessi errori di Leopoldo VI. Non si tratta infatti di una guerra contro l’islam, ma contro il terrorismo. FERNANDO DE HARO

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Immagine d'archivio

Si smarcarono dalla quinta crociata. Quando le truppe olandesi, tedesche e frisone si lanciarono sulle coste egiziane nel 1218, i cristiani del Medio Oriente, in particolare i copti, si misero dalla parte del sultano Al Kamil. Non volevano saperne di una guerra dell’Occidente contro l’islam. Sapevano di essere la parte più debole e che le conseguenze avrebbero potuto essere nefaste, come in effetti furono. La tolleranza esistente in quel periodo si trasformò in un’ondata di violenza che finì con 115 chiese distrutte e molti morti.

Non si possono fare parallelismi facili. Al Kamil era un buon governante, mentre lo stato islamico (Is) è formato da una banda di assassini che ammazzano bambini, uccidono e crocifiggono i cristiani e gli appartenenti ad altre minoranze. Da quando hanno conquistato Mosul, qualche mese fa, più di 500mila cristiani sono stati costretti ad abbandonare le loro case. E’ un vero genocidio. Nell’Iraq del 2003 c’erano 1,5 milioni di cristiani, ora solo qualche decina di migliaia; in Siria, prima che cominciasse la guerra ve ne erano quasi due milioni, ora solo mezzo milione. Perfino un settimanale piuttosto freddo su questi temi come The Economist ha denunciato queste terribili sofferenze.

Tuttavia, tener presente la storia può aiutare a far sì che l’intervento in Iraq della coalizione che sta preparando Obama si faccia con intelligenza. Non si può scartare l’uso della forza, occorre però essere molto realisti.

Un’operazione limitata ai bombardamenti aerei è destinata all’insuccesso. L’Is è un gruppo terrorista con  una eccellente dotazione tecnologica e quella che dobbiamo affrontare è una guerra asimmetrica nella quale la propaganda è decisiva, in cui l’Is può infiammare le popolazioni dei Paesi a maggioranza musulmana secondo il metodo già utilizzato da Hamas.

Prima di utilizzare le armi, c’è una rilevante questione economica che deve essere risolta. Lo stato islamico è diventato il gruppo jihadista più ricco del mondo, come ha segnalato la rivista Foreign Policy

La presa di Mosul e il controllo di pozzi petroliferi di Deir ez Zor in Siria producono notevoli entrate con la vendita di grezzo sul mercato nero. Secondo alcune stime, i jihadisti vendono già tra i 30mila e i 40mila barili al giorno al prezzo di 25 dollari, cioè per un milione di dollari al giorno. Altri, come Luay al-Khatteeb, del Brookings Institution’s Doha Center in Qatar, parlano addirittua di 80mila barili al giorno.

Senza chiudere questo rubinetto è difficile vincere la partita. Inoltre, alle entrate provenenti dal petrolio, occorre aggiungere i finanziamenti provenienti dall’Arabia Saudita e dal Qatar, e gli Stati Uniti devono costringere i loro alleati a fermare questo cospicuo flusso di denaro. 

Anche in campo diplomatico e religioso c’è molto da fare per evitare che Obama commetta gli stessi errori di Leopoldo VI d’Austria (1176 –1230), mettendo in chiaro che non si tratta di una guerra contro l’islam, ma contro il terrorismo. La Turchia ha rifiutato di entrare nella coalizione e occorre trovare altri alleati tra i Paesi musulmani.

Il Gran Mufti della moschea di Al Azhar, autorevole guida dell’islam sunnita con sede al Cairo, ha dichiarato molto chiaramente che l’Is è contrario ai principi di un buon musulmano. Abu Muhammad al-Maqdisi, un predicatore giordano che fu maestro di Abu Musab al-Zarqawi, uno dei capi jihadisti, ha accusato l’Is di mettere un cuneo tra i credenti. Tuttavia, come ha dichiarato il re Abdullah dell’Arabia Saudita, le denunce sono ancora troppo poche e gli ulema del suo Paese sono troppo prudenti e non condannano chiaramente i terroristi. Si tratta semplicemente di un doppio gioco da parte saudita? Chissà. Però ciò che resta chiaro è che è necessario unirsi e coinvolgersi, che è necessario invitare insistentemente l’islam veramente religioso a prendere le distanze dai terroristi. E se il vecchio alleato saudita non collabora, ci si dovrà appoggiare all’Iran.

Potremmo essere alla vigilia della terza guerra del Golfo. Le prime due furono disastrose. Senza un progetto di ricostruzione nazionale che includa i sunniti, minoranza in Iraq, rischia di saltare tutto in aria. I cristiani devono essere protetti non come minoranza, bensì come cittadini, ma se si commette un altro errore, può essere l’ultimo. I cristiani del Medio Oriente, che sono essenziali per il mondo e per la Chiesa, potrebbero sparire e senza di loro sparirebbe un pluralismo molto positivo per la maggioranza musulmana. Senza di loro è messa anche in pericolo la testimonianza che il cristianesimo è un avvenimento storico iniziato in un luogo ben preciso della Terra.

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