Non siamo tutti Charlie

Milioni di cittadini sono scesi in piazza in questi giorni per manifestare contro il terrorismo di matrice islamica che ha colpito la Francia. Il commento di FERNANDO DE HARO

13.01.2015 - Fernando De Haro
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Foto: InfoPhoto

“È uno scontro di civiltà”. Questo il commento netto di Fady Noun, editorialista de L’Orient Le Jour, uno dei giornali più prestigiosi di Beirut. In mano ha il suo telefono cellulare e una vignetta con cui la rivista Charlie Hebdo ha risposto all’attentato della scorsa settimana. Un islamista è rappresentato accanto al cadavere di un disegnatore e dice: “Ho sparato per primo”. Nella redazione del giornale il dibattito è caldo, come in tutta la capitale libanese: gli eventi degli ultimi giorni vengono seguiti con particolare attenzione. 

Infatti, mentre sto girando un documentario sui cristiani siriani e iracheni che sono fuggiti in questo Paese per scappare dallo Stato islamico, tutti parlano del perché questo jihadismo che conoscono bene ora colpisce l’Europa. “Prima sono venuti da noi e ora vengono da voi. Siete stati addormentati per diverso tempo”, mi dice un leader maronita mentre vediamo le immagini della manifestazione tenutasi a Parigi domenica.

È stata una marcia storica, con circa due milioni di persone in piazza insieme ai leader europei, palestinesi e israeliani contro il terrorismo jihadista che ha colpito la Francia negli ultimi giorni. Un gesto che mostra la vitalità sociale nel condannare la violenza. E questa vitalità sociale è decisiva per affrontare il jihadismo, che non è una questione che riguarda solamente il Medio Oriente o i paesi a maggioranza musulmana, ma un problema che abbiamo nel cuore dell’Europa.

Manifestare contro il terrorismo, però, non significa rivendicare la posizione della rivista Charlie Hebdo. Ci sentiamo tutti solidali con i membri della rivista uccisi, con i loro famigliari e il resto della redazione. Ma questo non significa che siamo tutti Charlie Ebdo, nel senso di difendere i suoi contenuti editoriali o le sue vignette.

Se vogliamo lottare contro il jihadismo dobbiamo dare risalto alla comunità musulmana che lo rifiuta. E favorire una reale integrazione dell’islam europeo. E questo non si ottiene prendendo in giro i suoi simboli più cari. L’Europa non può puntare su uno scontro di civiltà tra laicità e islam. Questo non solo non è europeo, ma comporta anche un suicidio. Non hanno ucciso i nostri in nome di Maometto, ma in nome di un’ideologia che strumentalizza il nome di Maometto.

L’Europa non è scesa in piazza per difendere l’insulto all’islam, noi manifestiamo per difendere la vita e la libertà di espressione. Una libertà di espressione responsabile. Fady Noun ha ragione: è poco saggio confrontare gli spari del jihadismo con gli “spari” di un vignettista.

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