Principi astratti, cattedre, microfoni

- Luca Doninelli

Il dopo-Parigi si sta rivelando un campionario di parole vuote. Hollande inneggia alla laicità, nuova “dea Ragione”, che però al suo interno non ha alcunché. LUCA DONINELLI

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François Hollande (Infophoto)

Esiste ancora un pensiero europeo? Con questa domanda, in estrema sintesi, noi usciamo da due settimane terribili, con pochissime luci e l’ombra di troppe bugie.

Ascolto su La7 le parole prevedibili di D’Alema, quelle altrettanto prevedibili della Le Pen. Lui che parla delle solite conquiste civili dalle quali non si torna indietro (invece si torna indietro, altroché), lei che sbandiera il solito nazionalismo capace ancora di scuotere le radici di una nazione, la Francia, che ha cercato in tutti i modi di ignorare la propria xenofobia endemica.

Ascolto anche le parole vuote di Hollande, forse contento (spero di no, ma sospetto di sì) per l’aumento di popolarità personale dopo che questa era andata a picco (e c’è da domandarsi come mai dopo Mitterrand e Chirac siano saltate fuori queste mezze figure, anche in Francia).

Il valore della laicità, spiega Hollande. Ok, è vero: tutti questi morti aspettano di sapere in nome di cosa sono morti, lo aspettiamo noi tutti. Ci si aspetta perciò una riflessione profonda, radicale, coraggiosa sul senso della laicità. 

Invece quello che c’è da capire è poco e nulla. I laici, dice Hollande, rispettano le religioni, non impediscono a nessuno di professarsi cattolico o musulmano, perciò nessun musulmano o cattolico — tantomeno il Papa-pugile — deve ledere la libertà di satira. 

E qui mi si accende un lumicino in testa. La conseguenza infatti è che la laicità è un’identità religiosa come le altre, e che leggere Charlie Hebdo per qualcuno è come pregare o andare a messa. 

Anch’io ho comprato qualche volta Charlie Hebdo, di cui apprezzo la grafica vecchiotta e barricadera, così come da ragazzo compravo sempre Il male e sinceramente mi spiace molto che non esista più. Ma per me era sempre come visitare un tempio pagano, o una pagoda, o una moschea: cose non mie. Evidentemente, appartenevo a un’altra tribù…

Ma, se così è, di che laicità parliamo? Il solo laico in tutta questa storia è l’eroe Ahmed (#jesuisAhmed), morto per difendere la libertà di chi si prendeva gioco di lui. 

Ora, quello che mi chiedo è: 

1) se tutti quelli che vengono a cercare pace e lavoro nelle nostre terre evolute, e i loro figli, possono trovare in questi luoghi comuni, diciamo pure in queste cretinate, una risposta al loro bisogno, un accento di corrispondenza alle loro aspettative più vere;

2) se a distruggere l’Europa e l’Occidente non siano solo la politica americana, quella di Putin e quella della Merkel, ma una disfatta culturale di proporzioni così grandi che nemmeno ce ne rendiamo conto (le notizie radicali vogliono tempo, diceva Nietzsche). Mi riferisco a un vuoto sempre più grande tra la vita che facciamo e i valori che professiamo: il vuoto dell’io.

Guardiamoci intorno. Il principale problema di noi tutti è di posizionarci e riposizionarci, perché solo la posizione, col potere che comporta, darà valore e prestigio alle nostre parole altrimenti vuote. 

Ma l’io, che è il più grande prodotto della nostra civiltà, ha proprio questo di particolare. Che è outsider, è altra cosa rispetto alle tribù come alle rendite di posizione, tanto che il pensiero che caratterizza la nostra civiltà si chiama dialettico, si alimenta continuamente di tutto ciò che è altro da sé. Noi siamo un rapporto, diceva un grande poeta tedesco. Ma lo dice tutta la civiltà a cui apparteniamo, a cominciare da Abramo. 

Una volta perduta l’energia dialettica, che indaga e torna continuamente sulle stesse domande (pensiamo solo a quante volte nella storia ci siamo chiesti “che cos’è l’uomo?”, mentre oggi non se lo chiede più nessuno, e tutti sanno già tutto, laici musulmani e spesso anche cattolici) resta l’ottusità identitaria, restano i principi astratti, restano le cattedre, i microfoni. 

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