Leviathan e il moralismo

- Marta Dell'Asta

Si parla anche in Occidente di un film russo che sta facendo incetta di premi. Si intitola “Leviathan” ed è del regista Andrej Zvjagincev. E’ diventato un caso. MARTA DELL’ASTA

Leviathan
Vladimir Vdovichenkov, Elena Lyadova e Roman Madianov

Si parla anche in Occidente di un film russo che sta facendo incetta di premi — miglior sceneggiatura a Cannes, Golden Globe, nomination all’Oscar —, si intitola “Leviathan” ed è del regista Andrej Zvjagincev, siberiano, cinquantenne, che ha già al suo attivo un Leone d’oro. La storia, molto drammatica, si svolge sulle coste settentrionali della Russia e narra la lotta solitaria e disperata di un comune cittadino che vuole difendere la propria casa dalle brame del sindaco ricco e corrotto. Alla fine i tre poteri locali, legislativo, esecutivo e giudiziario, supportati dalla Chiesa, si alleano per spogliarlo letteralmente di tutto, e lasciarlo solo e annichilito. 

Un film duro e per molti versi realistico, che non lascia molto spazio alla speranza di fronte al Leviatano del potere, né sembra comunicare la presenza di un Dio provvidente. In Russia il film a molti non è piaciuto, ha suscitato un uragano di critiche stizzite. La tematica e la prospettiva in cui l’ha colta il regista hanno offeso la sensibilità già sovraeccitata: antirusso, anticlericale, anzi, antireligioso, distruttivo, questi gli argomenti principali del pubblico; per non dire che viola la legge contro il turpiloquio nell’arte. E come spesso accade da un anno a questa parte, le opinioni si sono polarizzate: da una parte quanti lo ritengono un film spazzatura ispirato dagli americani per buttar fango sulla Russia, e dall’altra chi lo ritiene invece un’opera forte, che riesce a gettare sui fatti del presente la luce dell’eterno.

Il fenomeno interessante riguardo a questo film, al di là delle sue qualità artistiche (che in fondo non sembrano interessare ai più; e trattandosi di un film, la cosa la dice già lunga su un certo clima) è la reazione di rifiuto, insieme difensiva e aggressiva che ha suscitato, e che denuncia una posizione ideologica a monte. Innanzitutto ne è stata proibita la distribuzione per la presenza di parole scurrili (la legge che le proibisce è entrata in vigore il 1° luglio 2014), ed è stato tolto dal cartellone del festival del Cinema di Mosca; attualmente in Russia se ne può vedere solo una versione “ripulita”. 

Così, quello che si è manifestato immediatamente e ha dato poi il tono alla discussione attraverso lo sdegno di politici, intellettuali e credenti è il perbenismo bigotto dell’ideologia che si attacca ai dettagli formali e alle parole per non misurarsi con la sostanza di un messaggio. Lo conferma il regista stesso, che a chi gli chiedeva quanto ci sia nel film della Russia putiniana ha risposto che il film è la risposta a quel che succede oggi, ma solo come spunto per considerare questioni assai più importanti della vita umana, che vanno ben oltre l’attualità.

Ma evidentemente l’intenzione dell’autore non è stata neppur lontanamente presa in considerazione se la prima osservazione del ministro della cultura Vladimir Medinskij, dopo la visione privata del film, è stata “da noi non si beve così tanto”; mentre pubblicamente ha affermato che in realtà si tratta di una tipica “storia americana” ambientata in Russia, solo che negli Usa il protagonista si sarebbe fatto giustizia da sé, mentre l’eroe russo si rassegna e questo getta discredito sulla nazione. 

“Un’immonda calunnia contro la Chiesa e lo Stato russo” ha detto l’ortodosso Kirill Frolov, mentre Sergej Markov, deputato della Camera del Pubblico ha evidenziato i chiari segni di una congiura antirussa nel fatto che “di solito i film di argomento così banale non vengono premiati ai concorsi internazionali”. Va aggiunto che il sindaco del villaggio dov’è stato girato il film ha protestato perché il film è “inutile e inverosimile”. 

Il laicismo occidentale non farà certo fatica a farsi beffe di questo moralismo formale e intollerante, magari imputandolo in generale a una certa mentalità religiosa e, nel caso russo, all’invasività della Chiesa ortodossa; in realtà è un fenomeno che conosciamo bene anche noi e che sta diventando dominante nell’ambito pubblico e privato. Nello specchio russo questa impostazione ideologica risulta solo più macroscopica, ma se andiamo alla sostanza non c’è una gran differenza tra il russo mostrare maschilissimi muscoli alla Gayeuropa e minacciarla di farne “polvere radioattiva”, e il nostro uso terroristico del termine “omofobo” per togliere di fatto ogni possibilità di discussione e di reale confronto.

Altre vie sono però possibili, partendo dal rifiuto preliminare del ricatto ideologico e dell’assunto secondo cui affermare certe verità può “offendere la sensibilità” di qualcuno (in Russia dei patrioti e dei credenti, qui degli omosessuali e dei laici). Alle reazioni epidermiche e viscerali si tratterebbe di sostituire l’uso della ragione, mentre a una vaga sensibilità bisognerebbe opporre la ricerca della realtà oggettiva. È quello che cercano pacatamente di fare alcuni intellettuali russi, che da credenti invitano i credenti a non offendersi per un’immagine artistica, ma “al contrario, ringraziare il regista perché ci parla di una Chiesa che manca a tutti noi”. 

“Insomma, c’è un bisogno immenso della Chiesa, non semplicemente dei riti e delle parole degli addetti ai lavori, ma di una vita secondo una misura nuova”, scrive il biblista Andrej Desnickij. È un’altra misura e un altro respiro, lontani da polemiche e barricate, in un paese dove ormai è lo Stato a creare queste barricate, intromettendosi tra i privati cittadini per insegnare dov’è il bene e dov’è il male.

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