Lavoro e anziani: non è mai troppo tardi

- Giorgio Vittadini

Abbassare l’età del pensionamento è uno dei grandi temi di discussione di questi giorni. Ma siamo sicuri che andare in pensione prima sia un bene? GIORGIO VITTADINI

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Un film che sta per uscire, “Lo stagista inaspettato”, racconta di un pensionato settantenne, interpretato da Robert De Niro, che decide di rientrare nel mondo del lavoro proponendosi come stagista in una società di moda. Forzatura cinematografica, si penserà, però lo scenario fatto di tante persone spinte alla pensione ma che, come il personaggio del film, sono tutt’altro che “quiescenti”, più che hollywoodiano potrebbe diventare presto italiano. 

Così almeno fa pensare l’insistenza del premier Matteo Renzi nel voler inserire la proposta di pensionamento anticipato (prima dei 66 anni stabiliti dalla legge Fornero) nella legge di Stabilità in discussione la prossima settimana. Quello della maggior flessibilità in uscita pare un passaggio necessario, a completamento del Jobs Act, per ampliare l’accesso al mondo del lavoro ai giovani italiani che insieme a disoccupazione, precarizzazione ed emigrazione forzata, sono penalizzati anche per l’età elevata in cui possono accedere a molte professioni. Ben venga quindi nuovo spazio per i giovani, ma non possiamo non interrogarci su almeno due aspetti. 

Il primo è l’aumento dell’aspettativa e della qualità di vita che, ad esempio, fa dire a Roberto Bernabei, direttore del dipartimento di Geriatria dell’Università Cattolica che “il pensionamento a 57 anni è un controsenso biologico”. Per la fascia di lavori non usuranti, persone tra i cinquanta e i sessantacinque anni sono tutt’altro che vecchie e hanno accumulato esperienze, valori e capacità che sarebbe un peccato chiudere in un cassetto e anzi potrebbero essere ancora messe utilmente in gioco, per sé e per gli altri.

Chiaramente non odiare il tempo libero, non trovarlo privo di senso dipende da come si affronta la vita, da quello che nella vita si cerca e si è ricercato, ma è pur vero che un essere umano è fatto per sentirsi utile cambiando la realtà intorno a sé. Molti sono infatti coloro che desidererebbero andare avanti a lavorare, magari in modo più libero, meno vincolato e quindi forse, anche più produttivo. 

Secondo un sondaggio di qualche tempo fa, il cinquanta per cento dei lavoratori italiani non ha intenzione di andare in pensione prima dei 65 anni, soprattutto per motivi economici, ma anche per il desiderio di mantenersi attivo.

E’ vero, il mondo cambia in fretta, una volta il ciclo di vita di un prodotto era di 15 anni, oggi siamo a 3, e ci sono capacità che col tempo tendono a decadere. Ma non basta invocare l’avanzata galoppante della tecnologia e il relativo vantaggio dei nativi digitali: la capacità di lavorare è fatta di ben altri fattori che per lo più vengono passati osmoticamente in un ambiente di lavoro. E i lavoratori più attempati, oltre a conoscenze e competenze acquisite lavorando, presentano anche dei vantaggi rispetto ai giovani: maggiori capacità di affrontare problemi complessi, resistenza allo stress, affidabilità, fedeltà, equilibrio, capacità relazionali, unite alla creatività che non tende a calare. Cioè quelle qualità, i “non cognitive skills”, che stanno assumendo rilevanza crescente nel mondo del lavoro. 

E’ interessante in proposito notare come negli ospedali americani i compiti di medici giovani e anziani si integrino: il giovane inizia prestissimo a operare, mentre il vecchio sovraintende, corregge, trova i fondi. E poi comunque: chi insegna ai giovani? Chi passa loro tutta la ricchezza dell’esperienza acquisita? E’ un grave errore di sistema la tendenza a separare giovani e anziani.

Il secondo aspetto riguarda la perversione del profitto trimestrale a cui è sottoposto il sistema capitalista odierno: inutile nascondersi che le aziende, soprattutto multinazionali, trovano più conveniente licenziare i cinquantenni e assumere i giovani che costano di meno. E qui si aprirebbe, da una parte, una domanda sul fatto se questo alla lunga convenga al sistema economico, e dall’altra, una riflessione sui danni di un capitalismo che non ha al suo centro l’interesse per il progresso e per lo sviluppo della persona, come da tempo denuncia papa Francesco. “Perché continui ad essere possibile offrire occupazione, è indispensabile promuovere un’economia che favorisca la diversificazione produttiva e la creatività imprenditoriale”, ha detto il papa nella sua enciclica “Laudato sì”. Creatività, cioè nuove idee e nuovo spirito con cui cercare la quadratura del cerchio: cosa ne sarà dei lavoratori che andranno in pensione anticipatamente? Come potranno integrare la loro pensione (ridotta rispetto alle aspettative) e sentir valorizzata la loro abilità professionale nel consesso sociale?

Innanzitutto le uscite andrebbero pianificate in modo soft. Per questo sarebbe importante superare certe rigidità sindacali che non permettono di avvantaggiarsi di contratti diversificati, confondendo flessibilità con precarietà, e difendendo un’idea astratta di lavoratore perché forse non si ha più davanti agli occhi quello concreto.

Chi possiede una certa specializzazione o un alto livello professionale potrebbe continuare a lavorare part-time nello stesso posto per garantire la formazione dei nuovi inseriti, o potrebbe dedicarsi alla consulenza, se non al lavoro autonomo, come mostra quel 18% di ultra-cinquantenni che ha aperto una partita Iva nel luglio di quest’anno. Nel nostro Paese c’è la possibilità inoltre di affiancare i giovani in lavori di valorizzazione del patrimonio artistico, culturale e naturalistico (in tal senso si stanno attivando iniziative anche private), mentre per profili più bassi sono sempre attive richieste di assistenza a bambini, anziani, disabili, giovani in difficoltà in centri sociali, in opere contro l’abbandono scolastico e, in genere, nel non profit. E chi non ha bisogno di integrare la pensione può sempre fare il volontario come i 150 pensionati che collaborano con la Fondazione Banco Alimentare Onlus.

La cosa importante, da parte di chi è in età pre-pensionabile, è non pensare di essere troppo vecchio per imparare, per cambiare, per iniziare nuove sfide. Non è mai troppo tardi.

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