L’aiuto di stato non è un reato

- Giorgio Vittadini

C’è una grande differenza fra assistenzialismo e aiuti di Stato, soprattutto alcuni Paesi possono usfruirne e l’Italia no. Perché? L’editoriale di GIORGIO VITTADINI

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Immagine dal web

Dopo aver capito che non sarà la finanza a garantirci le magnifiche sorti e progressive, un altro mantra, addirittura normato nell’Unione Europea, sta invadendo la coscienza di politici, funzionari, alti dirigenti e gli immancabili editorialisti: “no agli aiuti di Stato, l’economia deve rimanere in mano al privato”. Anche gli economisti di sinistra, keynesiani o marxisti, si sono convertiti al liberismo più puro: una vera economia di mercato non può prevedere aiuti di Stato, il mercato deve rimanere incontaminato, distorcere la libera concorrenza fa il male del consumatore e porta ingiusti guadagni a qualcuno.

Come stanno le cose?

Oltre oceano, dove si trova la più importante economia di mercato, nel 2008, per salvare le banche dal più grave collasso dei mercati di sempre non si è esitato a mettere in atto il più grande aiuto di Stato della storia. Furono infatti prelevati 700 miliardi di dollari dei contribuenti per ripulire i bilanci dai titoli tossici, anche a costo di far perdere per la prima volta la tripla A al rating sovrano Usa o di chiudere per qualche giorno l’amministrazione federale perché il bilancio si era gonfiato fino ai limiti costituzionali (nel conto erano finiti anche i sussidi a Chrysler, poi fusa nella Fiat).

E non sono state forse “intervento pubblico” anche le enormi ondate di liquidità riversate dalla Fed nell’economia durante il lungo “quantitative easing”? Stimolo alla ripresa (e alle Borse) con credito abbondante e dollaro competitivo e messa in sicurezza del sistema bancario: non è stata “politica economica”?

La politica monetaria espansiva – fino ai “tassi zero” che la Fed fatica ad abbandonare – non ha forse pilotato le grandezze macro? E’ stato “free market” o piuttosto “strong government”?

Per venire alla nostra Unione Europea, la frattura sugli aiuti pubblici, che sono stati alla base del glorioso inizio della sua unità, rischia di aprirsi fino alle fondamenta della UE. Nella forma: dalla Ceca del 1951 alla Ue-28 del 2015 l’Europa è un mix paritario di solidarietà e competizione; e di cooperazione come letterale “aiuto reciproco”. Nella sostanza: dall’Eni di Enrico Mattei all’Airbus, dalla Renault che diventa primo produttore di Stato di auto al mondo, a tutto il capitalismo industriale a Est del Reno, l’Azienda-Europa che rinasce dopo due guerre mondiali è storia di economia mista. La storia cambia quando in epoche più recenti il Trattato europeo chiarisce che gli aiuti di Stato di un determinato Paese non devono risultare concorrenziali per gli altri Paesi membri (vedi aiuti di stato all’Alitalia). Ma è proprio vero che questo principio, così solennemente sbandierato, è attuato dagli stessi che lo propugnano? No. Ci sono due pesi e due misure.

Un caso molto éclatante è stato certamente quello degli stress test bancari in Europa. Una costante nelle “pagelle” via via pubblicate da Eba e Bce, è il voto ultra-negativo alle banche italiane e la quasi-assenza delle banche tedesche fra le bocciate o rimandate. Eppure Le Landesbanken e le Sparkassen tedesche sono state permanentemente alle cronache, dopo il crollo di Wall Street, per la loro forte esposizione alla finanza derivata, molto più elevata rispetto alle banche italiane. 

Cos’è accaduto? Da un lato “i criteri di discrezionalità nazionale utilizzati negli stress test sono stati 103”: lo ha detto Ignazio Angeloni, dirigente italiano della Bce dalla fondazione e oggi membro del Consiglio di sorveglianza di Francoforte, cioè la cabina di regia della nuova Unione bancaria. E il riferimento era soprattutto a quelle banche tedesche che nel 2015 sono ancora “pubbliche”, sia nella proprietà (principalmente in capo ai 16 Bundeslander della Repubblica federale) sia nella garanzia.

Non per questo la nuova commissaria Ue all’Antitrust, Margrette Verstagger, ha cambiato agenda: sta infatti verificando nuovamente se il ruolo delle Fondazioni italiane bancarie è veramente “di mercato” e non allunga ombre “di Stato” sulle banche, nel pieno dispregio della sentenza della Corte costituzionale che specifica la funzione di privato sociale delle fondazioni e dimenticando che se queste banche appartenessero a fondi di investimento e banche di affari sarebbero già fallite sommerse dai loro derivati.

Come se non bastasse Bruxelles sta resistendo al progetto italiano di “bad bank”: un meccanismo per ripulire i bilanci delle banche nazionali attraverso strumenti di mercato, con la garanzia pubblica di ultima istanza. Ancora in Germania, invece, Commerzbank è stata parzialmente nazionalizzata (25%) fin dal 2009: anno in cui lo Stato britannico salvò di peso i suoi giganti (Londra controlla ancora la maggioranza assoluta di Royal Bank of Scotland).

Le Fondazioni bancarie italiane – intanto – scontano un regime fiscale di crescente asprezza: l’esatto opposto di quanto accade in altri Paesi europei (dalla Francia alla Gran Bretagna) e soprattutto negli Stati Uniti, dove le fondazioni sono programmaticamente agevolate sul piano tributario (spesso al 100%) in ragione del loro impegno sul terreno del welfare sussidiario. A fine 2015 il prelievo aggregato sulle 88 Fondazioni dell’Acri supererà i 360 milioni: erano 100 cinque anni fa. Un vero e proprio “non-aiuto di Stato”: fondi tolti di peso – non dati fuori regola – al no-profit.

Ma nello stillicidio delle decisioni “ad nationem” colpisce anche il quando e il come. Nei giorni scorsi i riflettori si sono accesi all’improvviso sulla Fiat per un caso da 20 milioni di euro, legati a scelte di fiscalità aziendale approdate a un Paese membro Ue come il Lussemburgo. Non più tardi di tre mesi fa alla Francia è stato invece ordinato di recuperare 1,37 miliardi di euro (cioè 70 volte tanto) da Edf: dopo ben 18 anni di applicazione impropria di norme tributarie da parte di un campione nazionale energetico a totale controllo statale.    

La realtà è che questa sciagurata ideologia contro l’economia mista si è già abbattuta sul nostro Paese al tempo delle privatizzazioni, vent’anni fa.

Dopo le privatizzazioni degli anni ’90 Autostrade e Telecom, i due gioielli industriali dell’Iri, non hanno comunque minimamente beneficiato del trasferimento del monopolio pubblico alla proprietà privata. Autostrade – data dal governo Prodi-1 ai Benetton – era stata pre-venduta alla spagnola Abertis durante il Prodi-2: il sistema-Paese si sarebbe privato non solo di un’ossatura infrastrutturale di primo livello, ma anche di un “drive” per investimenti-stimolo. 

Quattro diversi assetti di controllo (“nocciolo Agnelli”, “Razza padana”, Pirelli e poi Mediobanca-Generali-Intesa) non hanno trattenuto Telecom dal finire nell’orbita della  francese Vivendi: pilotato però dal finanziere Vincent Bolloré, più inserito in Italia di quanto fosse Telefonica.

Se Enel ed Eni (soprattutto) non hanno perduto un posizionamento che consente loro di essere tuttora “di aiuto” al sistema-Italia, è perché non sono state del tutto privatizzate. E per arrivare all’oggi, oltre al contenzioso sulle “bad bank”, in discussione appare inevitabilmente il consolidamento della “nuova Cassa Depositi e Prestiti”. Perché dovrebbe essere un male che la Cassa, a proprietà condivisa fra Tesoro e Fondazioni, venga usata dal Governo come volano per una nuova stagione di intervento pubblico a cominciare dal piano banda larga e per salvare e rilanciare Telecom?

Negare l’aiuto di Stato – ben diverso dall’assistenzialismo di Stato – può condurre a negare il progetto europeo in quanto tale. Può portare agli stessi disastri prodotti dall’equivoco fra “mercato libero” e “mercato privato”.

Evitiamo un ulteriore motivo per cui l’Europa possa essere – giustamente – una volta di più odiata dai suoi cittadini.

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