Attentati Parigi e Bataclan: la rabbia non basta

- Federico Pichetto

In questo attentato alla Francia, nel primo olocausto dell’Europa del secondo dopoguerra resta rabbia, terrore e sgomento: ma questi sentimenti ci conducono nel nulla. FEDERICO PICHETTO

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Foto dal web

Hanno colpito il teatro Bataclan facendo 100 morti, hanno colpito uno stadio, hanno colpito dei ristoranti, hanno colpito la vita, la nostra vita. Hanno seminato dolore, morte, orrore. Hanno ucciso padri, madri, figli e amici. E ognuno di loro aveva una sola colpa: quella di esistere e di vivere nel nostro mondo, il mondo che la nostra civiltà e i nostri padri hanno costruito. E ce l’hanno fatta. Ce l’hanno fatta perché ora piangiamo, ce l’hanno fatta perché adesso abbiamo paura, ce l’hanno fatta perché ci hanno lasciato sgomenti e attoniti. Hanno fermato il nostro venerdì sera, hanno fermato i sorrisi, le battute, quella voglia di incontrarsi e di farsi compagnia che ci rende tutti così simili, così fratelli.

Stanotte i terroristi hanno ammazzato mio fratello, hanno ammazzato mia sorella, quell’estraneo che non ha volto, ma che ha i miei stessi occhi, le mie stesse mani, il mio stesso cuore. E quei terroristi non sono alieni o esseri di un’altra specie. Sono uomini ridotti a bestie dalla loro ideologia, dal loro fondamentalismo, dalla loro furia purificatrice. Uomini schiavi del loro odio hanno ferito la nostra libertà. E a noi che cosa resta? In questa ecatombe di massa, primo olocausto dell’Europa del secondo dopoguerra, resta rabbia, resta terrore, resta sgomento. Forse questo ci basterà per qualche giorno, forse questo chiuderà le porte delle nostre frontiere, forse ci porterà davvero verso una nuova e terribile guerra, ma questo – passate le lacrime, passato il risentimento, passato l’orrore – non ci basterà. Perché la rabbia, il terrore e lo sgomento ci conducono nel nulla, nella violenza, nel loro stesso odio. E di odio non si vive, con il nulla non si sta in piedi. Magari si reagisce, magari si decide. Ma non si vive.

Perché sotto il Cielo d’Europa, questa notte, il nostro cuore brama di difendere la libertà, ma brama soprattutto – e ancor di più – una cosa semplice ma in questo momento rara, perduta. In mezzo a quei cadaveri, che raccontano qualcosa di forse più terribile dello stesso nazismo, quello che andiamo cercando è solo uno sguardo d’amore. Quell’amore che – paradossalmente – i mostri di Parigi non hanno mai saputo abbracciare. Così impegnati nella loro vendetta, così decisi a portare a termine la loro guerra. Una guerra che, dopo questa notte di sangue, ci trova tutti più soli, ci trova tutti più con le spalle al muro, spietatamente sfidati a chiederci – senza appello – quale civiltà, quale Europa, siamo davvero intenzionati a consegnare ai nostri stessi figli. La libertà non si conquista una volta per tutte. In ogni generazione c’è bisogno di un Io che la riconquisti. E all’alba di questo nuovo giorno che si accende davanti a noi sembra essere questa la cosa più importante, la cosa più urgente, la cosa più vera. L’unica cosa veramente umana dopo tutti i nostri pianti, dopo tutto questo nostro lacerante e indicibile dolore.

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