Spagna, le battaglie dopo il voto

Le elezioni di domenica porteranno probabilmente alla formazione di un Governo Psoe-Podemos. Per FERNANDO DE HARO, ci si dovrà preparare a delle battaglie per la libertà

22.12.2015 - Fernando De Haro
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Bandiera spagnola, immagine d'archivio

La Spagna, dopo le elezioni di domenica, avrà probabilmente un Governo Psoe-Podemos, con l’appoggio di qualche partito nazionalista. Il cambiamento sarà radicale. I sondaggi di qualche settimana fa, quindi, si sbagliavano. Podemos, il partito “gemellato” con Syriza, ha ottenuto un risultato formidabile, con quasi 70 deputati. Ciudadanos, l’altra nuova formazione politica, invece, ne ha avuti 40, un numero inferiore alle aspettative.

Ci sarà un governo radicale perché Podemos emerge con forza, mentre il Psoe segna il suo peggior risultato (90 deputati), nonostante sia migliorato rispetto ai sondaggi. I socialisti spagnoli non faranno una Grande coalizione con i Popolari, non seguiranno le loro radici socialdemocratiche, ma si alleeranno con il radicalismo di Podemos, che detterà in gran parte l’agenda. Ci sarà un governo social-radicale anche perché la botta ricevuta dal Pp è pesante, dato che passa da 186 a 125 seggi. Non è quindi bastata la buona politica economica: il Pp ha pagato il fatto di non aver combattuto per tempo la corruzione, di non aver saputo spiegare la politica dei tagli, di essersi allontanato dalla vita sociale e di esercitare il potere in modo tecnocratico.

La Spagna non avrà un buon governo: farà una cattiva politica economica (vedremo cosa accadrà con la ripresa), sarà statalista e limiterà le libertà. Ma perché Podemos è salito così tanto? Ha guadagnato spazio ai danni del socialismo, del nazionalismo e delle formazioni di estrema sinistra. E così la Spagna resta senza la più classica socialdemocrazia: è una grave perdita. L’avanzata di Podemos è il “no” di ampi settori sociali ai riferimenti costituzionali, è il fallimento di una generazione che non è riuscita a trasmettere a quella successiva il valore della Transizione, è il rovescio della medaglia di un eccesso di tecnocrazia e della scarsa attenzione data all’educazione. È il trionfo dell’utopia che attribuisce alla politica e allo Stato la capacità di renderci felici.

In questo contesto, in cui chi è al potere scommette sullo statalismo, riconoscere e sviluppare il valore della persona e la sua responsabilità è più urgente che mai. È il momento della società civile, ma non per promuovere la polarizzazione di una vita democratica che sarà più tesa. Bisognerà combattere poche battaglie essenziali, centrate sulla libertà. Quella di educazione, quella personale (tutela effettiva dell’obiezione di coscienza) e quella religiosa. Gli spazi di libertà si conquistano esercitandola. E, soprattutto, ci vuole un lavoro lento di costruzione sociale in favore di un incontro che sia al di là delle posizioni ideologiche. Il futuro è fuori dalle trincee, in un campo aperto dove non si dia nulla per scontato, dove regni la stima per l’altro e il tentativo di comprendere cosa c’è dietro le richieste di più Stato o i nuovi diritti, per fare due esempi.

È più che mai tempo di superare gli schemi ideologici e di mettere nella vita pubblica un’esperienza positiva. Il radicalismo ha trionfato in gran misura per la stanchezza che provocava un discorso logoro e rassegnato, per la sensazione che alla vita pubblica mancasse autenticità. Questo desiderio di autenticità può essere un punto d’incontro. Tutti abbiamo bisogno di parole fresche, vere, che nascano da un’esperienza umana reale. Solamente questa esperienza autentica, liberamente offerta, può farsi spazio in questa situazione.

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