Fuggire o restare?

Mai come oggi l’orrore del male è dietro ogni angolo, anche delle nostre coscienze. Due strade sono possibili: l’euforia del benessere oppure la domanda. SALVATORE ABBRUZZESE

23.12.2015 - Salvatore Abbruzzese
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William Congdon, Natività (Immagine d'archivio)

Dinanzi alle luci che si accendono alla ricerca cosciente di una festa che arrivi presto; dietro le centinaia di luminarie che inondano campagne e città e le mille promesse di festa, sembra trasparire una verità di fondo. Probabilmente, più è grande lo smarrimento, la minaccia di perdita di un benessere e di una sicurezza date per scontate e più c’è bisogno di un lieto benessere e di un cospicuo quanto indispensabile ottimismo. 

Ma c’è dell’altro. Al di là della crisi e delle incertezze c’è una guerra in corso, anche se “a puntate”. L’orrore del male sembra sempre in agguato. Da mesi le nefandezze del califfato, gli orrori delle guerre etniche, le migliaia di innocenti scomparsi — chi parla più delle ragazze sequestrate da Boko Haram in Nigeria? — il massacro dei credenti in Siria, le donne violentate, i bambini naufragati sulla spiaggia, come bambolotti abbandonati, gettano il volto demoniaco del male dentro le nostre esistenze. A questi orrori si sono aggiunte le uccisioni nei supermercati della periferia di Parigi e nei bistrot del centro, fino a zittire le chitarre hard rock con l’orrore dei colpi dei kalashnikov, fino a puntare il mitra alla testa degli avventori di un caffè nella quieta serata di un venerdì ordinario. Alle preoccupazioni economiche ed alle incertezze del futuro si è così aggiunto un orrore senza limiti nel quale siamo immersi da mesi. 

L’orrore che ci è noto e quello che arriviamo a malapena a intuire, generano oggi un desiderio di bene e di vita serena che ha due soluzioni. 

La prima è la ricerca tenace di un benessere e di una lieta euforia che ci consentano di esorcizzare la paura e di recuperare la leggerezza evitando le preoccupazioni e ignorando le tensioni. È il recupero della vita ordinaria, fatta di brindisi cercati e voluti, di desideri di beni capaci di allietare la vita. Immense scorte di beni di consumo sono a disposizione per aiutarci a colorare e riempire di luci e bacche rosse gli alberi della festa. La ricerca di una felicità ordinaria attraverso i regali che ci ricordano — per fortuna — quanto siamo amati dai nostri cari è la prima strategia che ci si offre per replicare a tanto orrore.

La seconda va più lontano ed è la ricerca di un bene assoluto, di un buono radicale, profondo e tenace. Un bene che non venga meno; una verità che trionfi e ci invada da Est, perché è da lì che il sole sorge e inonda la vita “rinnovando la faccia della terra”. Dinanzi all’orrore emerge allora la ricerca della grazia di un bene assoluto, di un volto buono che risollevi l’umano e lo riporti alla sua bontà originaria, al bene per il quale è stato fatto. 

Se la prima soluzione appare concretamente pratica ed a portata di mano, quest’altra richiede più strada. Occorre reinterrogarsi sul mistero di una presenza sconcertante che, una volta entrata nel mondo, non l’avrebbe più lasciato.

Dinanzi all’apogeo del male, al delirio di chi sta cercando, proditoriamente e pervicacemente, di costruire lo scenario di uno “scontro di civiltà”, allestendo giorno dopo giorno la rappresentazione di due mondi inconciliabili, la prima soluzione, quella della strada della fuga, è semplicemente impraticabile. Non è possibile sperare, né recuperare la vita ordinaria, non c’è letizia che possa riuscire a tenere e ad essere sufficiente quando il dolore è troppo grande e resterà nel cuore anche quando l’ultima bandiera del califfato sarà ammainata, anche quando le decine di guerre etniche saranno superate e tutto questo non sarà che un brutto ricordo. 

Ad un male così infido e radicale non si può replicare se non con una grazia ancora più radicale. Dinanzi a questo dolore non c’è letizia che si possa costruire e mantenere se non guardando alla speranza di una nascita. Non si può resistere a tanto dolore se non dando fiducia ad un avvenimento che ci è stato annunciato come l’incarnazione di Dio nel “Dio fatto uomo”. La ricerca del benessere e della lieta allegria, senza la certezza di una presenza che ci ha promesso un bene ancora più grande, finisce per velare una tristezza di fondo ed è già un’allegria mesta, un’allegria improbabile.

Mai come oggi la luce di una speranza radicale, quella che viene dalla nascita di un Dio incarnato, può restituire la certezza di un bene fatto per trionfare, per avere la meglio su tutti i deliri e tutte le manifestazioni diaboliche del Male. Solo condividendo la gioia di Maria per la sua fiducia in un Dio “che si è ricordato della sua santa alleanza” si può realmente fare festa, trasformando la semplice euforia in letizia profonda, perché siamo stati tutti già restituiti alla vita in abbondanza.

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