Scuola, i falsi miti su pubblico e privato

- Giorgio Vittadini

Sembra che i decreti attuativi della Buona Scuola terranno finalmente conto delle paritarie. Ma gli statalisti, ancora accecati dal preconcetto, insorgono. L’editoriale di GIORGIO VITTADINI

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“Vanno bene le scuole private, ma chi le vuole se le paghi”. “Le scuole private? Diplomifici per i figli svogliati dei ricchi”. “Trovo la scuola privata (o paritaria) un’anomalia; la scuola, ma anche la sanità, in un Paese evoluto dovrebbero essere pubbliche”.

In pochi campi come in quello della scuola, purtroppo, la disinformazione regna sovrana. In giorni caldi per la scuola (erano attesi per oggi i decreti attuativi del piano “La Buona Scuola” del governo Renzi, rimandati alla prossima settimana) è utile cercare di fare un po’ di chiarezza.

Nel linguaggio comune “pubblico” è normalmente inteso come sinonimo di “statale”, ignorando che, con la legge 62/2000, le scuole private paritarie fanno parte del sistema pubblico.

Nel sistema scolastico italiano oggi esistono scuole pubbliche “statali” (gestite dallo Stato), pubbliche paritarie (sottoposte al controllo statale per quanto riguarda requisiti strutturali e ordinamentali) e private non paritarie iscritte ai registri regionali (queste non possono rilasciare titoli di studio aventi valore legale né attestati intermedi o finali con valore di certificazione legale), e infine le scuole straniere, comunitarie e non comunitarie, operanti sul territorio nazionale.

Ma cosa sono queste scuole private “paritarie” che l’ordinamento considera pubbliche ma che la vulgata continua ad associare a “scuole dei preti” o a “esamifici”? 

Si tratta in realtà di un vasto panorama di scuole gestite da enti locali (Comuni, Province), enti religiosi e enti privati laici come fondazioni, associazioni, cooperative sociali. Sono scuole paritarie anche le scuole che adottano metodi didattici particolari, come le montessoriane o le steineriane, le scuole bilingue, le scuole internazionali e le scuole con offerte formative diversificate e qualificate o scuole con norme specifiche che tutelano l’insegnamento delle lingue minoritarie.

Secondo i dati del Miur, le scuole paritarie dell’infanzia, ad esempio, sono gestite per circa il 21% da enti locali (Comuni, Province), per circa il 40% da enti religiosi; per il 35% da enti privati di tipo laico.

Il quadro della scuola non statale presenta quindi un vasto e articolato panorama di sistemi educativi diversificati, indipendenti e con proposte educative differenti tra loro.

Negli ultimi decenni, come segnalano gli addetti ai lavori, il calo delle vocazioni ha fatto poi sì che le scuole cosiddette confessionali o religiose siano scese di numero, mentre contemporaneamente sono aumentate quelle di tipo non confessionale. 

Questo capì Berlinguer quando, riconoscendo questo pluralismo culturale approvòla legge 62/2000 che equiparò in tutto e per tutto sul piano giuridico le scuole paritarie a quelle statali. 

Rimane il tema economico, il “senza oneri per lo Stato” che appare nell’articolo 33 della Costituzione: “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”. La questione è quantomeno controversa in quanto la stessa Costituzione altrove riconosce il valore pubblico dell’iniziativa privata. Inoltre l’articolo 33 poi è in totale contraddizione con la normativa che regola invece le università private che da sempre hanno ricevuto fondi statali in quanto rilasciano diplomi e lauree riconosciuti dallo Stato, esattamente come le scuole paritarie.

Ma c’è ancora un passaggio decisivo da chiarire. Chi manda i figli in una scuola paritaria paga due volte rispetto a chi li manda nella scuola statale: con la fiscalità generale, parte della quale viene impiegata per sovvenzionare la scuola statale, e con la retta della scuola paritaria.

Quale è allora il problema se in termini di detrazioni fiscali chi manda i figli alle paritarie riceve indietro una quota dei 2 miliardi e 680 milioni di euro che il sistema paritario fa risparmiare allo Stato? Non sono oneri per lo Stato, bensì un parziale rimborso al loro investimento in capitale umano. L’entità di questa cifra si capirebbe davvero se questi genitori decidessero improvvisamene di mandare i loro figli alla scuola statale. L’esito di una tale decisione sarebbe disastroso per la spesa pubblica.

Anche in questo caso quindi il problema è la disinformazione, come la falsa notizia che la qualità della scuola di Stato sia superiore a quella privata. Ricerche su dati Ocse-Pisa e Invalsi smentiscono anche questa vulgata, che a differenza di quella sul mostro di Loch Ness non serve neanche a incrementare il turismo. Ma forse sulla scuola paritaria qualcuno ha ancora interesse a vedere i draghi e i mostri…

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