L’ultima Pietà

In occasione dell’Expo la famosa Pietà Rondanini di Michelangelo ha avuto una nuova collocazione. PIGI COLOGNESI racconta le sue impressioni dopo averla visitata

18.05.2015 - Pierluigi Colognesi
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Michelangelo, Pietà Rondanini (Immagine d'archivio)

La michelangiolesca Pietà Rondanini, proprietà del Comune di Milano dal 1952, ha ora una nuova casa; sempre nel Castello Sforzesco, ma in un’ala tutta dedicata a lei, in un ampio spazio che consente di guardarla con la dovuta calma e da tutte le possibili angolazioni. Trovandomi in centro per un appuntamento di lavoro ed avendo finito prima del previsto, decido di andarla a vedere; siamo nel mese dedicato alla Madonna – mi dico – e questa visita sarà come una specie di pellegrinaggio ad una delle più misteriose ed affascinanti immagini della Madre di Gesù che la storia dell’arte ci abbia lasciato.

L’ampio cortile del Castello, inondato da un sole quasi estivo, è pieno di turisti; magari son venuti per l’Expo e fanno un giro d’arte, riconoscendo implicitamente che non di solo pane (o spettacoli serali) vive l’uomo. Non c’è bisogno di chiedere dove si trovi il nuovo allestimento perché una serie di totem con la foto della Pietà e col volto del suo scultore indirizzano chiaramente verso il lato sinistro, dove numerose transenne mobili indicano che la coda per entrare – gratuitamente – è di solito molto lunga. Oggi non tanto, per fortuna; comunque c’è da aspettare una mezz’oretta perché la visita è a gruppi di trenta persone per volta.

La prima sorpresa è che, entrando, ci si imbatte nella parte posteriore della statua: si presenta come una gobba indistinta, un ammasso indefinito di marmo. Solo procedendo l’immagine si svela. Dapprima l’occhio si ferma sulle parti lisce, quelle portate a termine: il braccio perfetto della prima versione abbandonata e le gambe magre, cadenti, leggermente incrociate di Cristo. Poi lo sguardo risale dalla umanissima nudità del Redentore al suo torso scabro sia perché non è finito sia perché è il petto di un uomo martoriato. Poi si arriva al volto, appena accennato eppure parlante più di tanti rifiniti visi da immaginetta, e su, in alto, emergente da uno spazio lontanissimo, ecco la Madre, reclinata nella stessa direzione del Figlio e con una mano dolcemente appoggiata al suo petto, dalla parte del cuore. L’espressione di Maria appare a prima vista indecifrabile: piange? contempla dentro di sé il mistero della morte? prevede la sorpresa della resurrezione?

Finisco il giro intorno alla statua  – mentre i turisti che sono entrati con me fanno lo stesso e, me ne accorgo solo ora, lo fanno senza parlare troppo, comunque sottovoce; persino gli inevitabili scatti fotografici non sono invasivi: la Pietà incute uno strano rispetto – e lo ricomincio; mi allontano per poi riavvicinarmi di nuovo, cercando di catturare il segreto di quel marmo scolpito da un uomo quasi ottantenne. 

Ed è pensando a come doveva guardare lui quest’opera estrema di una vita intensissima – la statua era nel suo studio quando Michelangelo è morto – che mi pare di riuscire a cogliere qualcosa del suo segreto. Quelle gambe tornite, che sembrano languidamente adagiate nel torpore della morte, in realtà reggono tutta la struttura. Il sostegno non è più il poderoso grembo-trono della Pietà in San Pietro, realizzata poco più che ventenne, né lo sono le giovanili, vigorose gambe-colonne che reggono la potenza del David scolpito a 26 anni. 

Ora, dopo tutto il travaglio di un’esistenza, Michelangelo sa che a sostenere la fatica del vivere è l’umile abbandono, il fiducioso lasciarsi andare al Padre. E da lassù in alto, la Madre partecipa confidente a questa debole donazione che è forza suprema.

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