La “spregiudicatezza” di riaprire il dialogo

- Giovanna Parravicini

GIOVANNA PARRAVICINI ricorda la famosa filologa Ekaterina Genieva, direttrice della prestigiosa Biblioteca di Letteratura Straniera “Inostranka” a Mosca

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Ekaterina Genieva (Immagine dal web)

«Di piani ne ho tanti, e ambiziosi. È il tempo, che mi manca»: Ekaterina Genieva l’ha detto il 1° luglio a una giornalista. Ma nessuno ci credeva, in fondo, vedendo la direttrice della prestigiosa Biblioteca di Letteratura Straniera sempre più consumata, sì, dal tumore che l’aveva aggredita qualche mese fa, ma non di meno infaticabile, battagliera, con una battuta umoristica e un sorriso sempre pronti. Invece due giorni fa ci siamo raccolti intorno alla sua bara, nella parrocchia dei Santi Cosma e Damiano, che a Mosca tutti conoscono come la parrocchia dei «figli spirituali di padre Aleksandr Men’».

Il prossimo aprile avrebbe compiuto 70 anni, di cui venticinque spesi a dirigere la Biblioteca, in cui aveva cominciato a lavorare dal 1972. Quando le era stato proposto di assumerne la direzione, lei, specialista di letteratura anglosassone, aveva avuto un moto di ribellione: «Il lavoro amministrativo non mi interessa, non ho tempo – aveva detto a raffica a padre Aleksandr Men’, suo padre spirituale, l’unica persona (a detta di lei stessa) con il cui parere si misurava – io sono una studiosa, scrivo». Padre Aleksandr aveva sorriso, con quella sua maniera disarmante: «Ma chi sei, Lev Tolstoj?». E subito dopo aveva aggiunto: «Non aver paura, il tempo ti sarà dato».

E lei aveva preso sul serio la sfida, sentendosi investita da un mandato: in questi venticinque anni la sua Biblioteca (5 milioni di libri in 144 lingue del mondo) si è trasformata in uno spazio unico di dialogo con tutto e con tutti, usando di ogni risorsa e prerogativa conferitale dall’essere un ente statale per attuare una politica culturale a vasto raggio, ambiziosa, coraggiosamente controcorrente, addirittura spregiudicata.

Una strana spregiudicatezza… che consiste in realtà nel voler riaprire continuamente il dialogo senza mettere «marchi» definitivi a nessuno, nel porre un’alternativa viva, vera alle tentazioni di «pensiero unico», nel non arrendersi ai rigurgiti neosovietici di nazionalismo e di fondamentalismo presenti un po’ ovunque nelle strutture governative, sociali, accademiche, ecclesiastiche. Nel lottare per non chiudere, neppure in questi ultimi, tristi tempi, nessuno dei quattordici centri culturali di diversi paesi del mondo che la Biblioteca di Letteratura Straniera ospita al suo interno; nel riuscire ad erigere, nel cortile della Biblioteca, una serie di statue di grandi uomini di cultura di tutti i tempi («da noi i bambini giocano sulle ginocchia di Dickens», diceva Ekaterina con orgoglio), tra cui non manca neppure quella di Giovanni Paolo II. Nel dedicare annualmente almeno due grandi eventi alla figura di padre Aleksandr Men’, anche quando era ostracizzato dalla Chiesa ufficiale, e nell’istituire un Centro studi sulle religioni che per anni è stato diretto da padre Georgij Cistjakov, uno dei discepoli più cari di padre Men’, e uno dei sacerdoti ortodossi di maggior apertura ecumenica.

Questa battaglia si è fatta sempre più serrata, nel passare degli anni. E lei l’ha combattuta fino all’ultimo giorno, ringraziando i familiari, i collaboratori e i medici di lasciarle (tra un ciclo di chemio e l’altro, tra un’operazione e l’altra) la possibilità di lavorare, di aiutarla a spendere le proprie energie per la missione con cui identificava la sua vita.

Nel 2012, in occasione dei 90 anni della Biblioteca, la scrittrice Ljudmila Ulickaja le ha indirizzato una lettera, in cui ringraziava la Inostranka (così la Biblioteca è nota a Mosca, con un’abbreviazione scherzosa e familiare), «tutti i tuoi impiegati, dalla direttrice alla donna delle pulizie, per l’atmosfera che ci fai respirare tra le tue mura… La scienza si può piegare agli scopi più ignobili, ma con la cultura questo gioco non riesce: se la si volge a scopi antiumani, cessa di essere cultura e muore… Tu sei indispensabile a noi tutti, senza di te e il tuo operato ci imbarbariamo e perdiamo il volto umano».

Un volto umano: la stessa atmosfera si è respirata il 14 luglio, durante il funerale presieduto dal metropolita Ilarion, una delle personalità più ragguardevoli del Patriarcato di Mosca, nella chiesa gremita di persone semplici e di personalità, dalla moglie di Solženicyn alla nuora di Pasternak, a docenti universitari, ambasciatori e ministri, esponenti del mondo ortodosso, cattolico, protestante. La «festa», ha sottolineato il metropolita Ilarion, di un destino che si compie: e per una misteriosa coincidenza proprio nel giorno (memoria dei Santi Cosma e Damiano), in cui 24 anni fa questa stessa chiesa riapriva al culto, dopo la chiusura in epoca sovietica, anche grazie agli sforzi di Ekaterina Genieva per ottenerne la restituzione. Come a lasciar intravvedere una continuità, una prospettiva che allo sguardo feriale sfugge, ma che è ben presente nel disegno di Dio sulla storia.

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