Filippo, quel santo dimenticato

PIGI COLOGNESI ricorda il cinquecentesimo anniversario della nascita di san Filippo Neri. Il santo dei cinquecenteschi ragazzi di strada, ma che non ha mai disdegnato l’alta cultura.

27.07.2015 - Pierluigi Colognesi
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Immagine presa dal web

È un peccato che il cinquecentesimo anniversario della nascita di san Filippo Neri (21 luglio 1515-26 maggio 1595) sia passato sostanzialmente in sordina. Peccato perché l’insegnamento che questo santo offre è decisamente attuale.

Filippo nasce a Firenze in una famiglia di piccoli commercianti. A 18 anni il padre lo invia da un parente al Sud perché impari bene il mestiere. Ma il giovanotto ha altri pensieri e desideri. Se passate da Gaeta, andate al santuario della Montagna spaccata; per un violento terremoto (la tradizione lo identifica con quello succeduto alla morte di Cristo) l’alta roccia a picco sul mare si è aperta, provocando una vertiginosa fenditura. Un gigantesco masso, poi, è rotolato in quella spaccatura e si è incastrato a metà altezza. Sopra quel masso è stata costruita una chiesetta. Ecco, proprio in quel posto spettacolare dove puoi contemplare il mare infinito che arriva fino a 30 metri sotto i tuoi piedi, dove puoi ricordare il fatto della Redenzione che ha sconvolto la storia e la stessa natura fino a spaccare le montagne; proprio lì il giovane Filippo andava a meditare e pregare per trovare la sua strada nella vita.

Va a Roma in pellegrinaggio e vi si ferma; lavora come precettore per – letteralmente – un pugno di grano e inizia ad aiutare quelli che hanno bisogno: malati, poveri, pellegrini e soprattutto ragazzi abbandonati a se stessi. La sua pedagogia non ha nulla dell’arcigna severità allora usuale: Filippo ama giocare e scherzare coi ragazzi, condurli in giro per Roma, farli cantare, conquistarli con la gaiezza. Che è certo un elemento del suo carattere, ma è altrettanto frutto di una costante ascesi. Cominciano ad aggregarsi attorno a lui amici che ne condividono lo spirito e il metodo missionario. A 35 anni Filippo diventa sacerdote e si dedica infaticabilmente al ministero della confessione: moltissimi accorrono da lui e questo gli provoca l’avversione di religiosi tiepidi e invidiosi. Del resto non mancano – nemmeno nella cerchia pontificia – maligni detrattori delle sue attività, critici sospettosi delle sue modalità operative. Ma nel 1575 papa Gregorio XIII riconosce la Congregazione dell’Oratorio, dando così stabilità e futuro a tutto quanto Filippo stava facendo.

Egli è stato il santo dei cinquecenteschi ragazzi di strada, ma non ha mai disdegnato il ruolo dell’alta cultura. Uno dei suoi discepoli è stato Cesare Baronio, il maggior storico dell’epoca e futuro cardinale (anche a Filippo il Papa offrì la berretta porpora, ma lui la rifiutò); perché la cultura non insuperbisse lo studioso, Filippo gli aveva suggerito di recarsi spesso in San Pietro e, appoggiando il capo sul piede della statua del principe degli apostoli, ripetersi: «Obbedienza e pace».

Filippo ha avuto straordinarie esperienze mistiche ed è stato uomo di salde amicizie; solo restando ai santi, l’elenco dei sui amici è impressionante: Camillo de Lellis, Ignazio di Loyola, Carlo Borromeo, Felice da Cantalice. Egli spesso radunava i fedeli per offrire loro un’istruzione spirituale e, perché il gesto fosse lieve e bello, faceva cantare; così sono nate le laudi “filippine”. Per tornare a quanto ho scritto qualche settimana fa, il metodo missionario di Filippo è stato fedele all’invito biblico: non impedire la musica; la musica in quanto tale e la variegata musica della vita in tutte le sue sfaccettature. Forse per questo la bella biografia del santo scritta anni fa da Louis Bouyer si intitola La musica di Dio.

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