Grecia, la soluzione Schuman

- Fernando De Haro

La vittoria del No in Grecia rende più difficile affrontare la situazione critica in cui versa il Paese. Occorre, spiega FERNANDO DE HARO, quel realismo utilizzato da Schuman nel 1950

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La vittoria del No in Grecia rende più difficile affrontare la situazione critica in cui versa il Paese. Tsipras si è rafforzato e vorrà far valere la sua vittoria, ma in ogni caso bisognerà tornare al tavolo delle trattative, perché senza l’aiuto della Bce la Grecia cadrà nell’inferno e perché ha bisogno urgente di liquidità. Il Fmi ha stimato che occorrono 50 miliardi di euro per un terzo salvataggio, a cui bisogna aggiungere un taglio del debito e un allungamento della sua scadenza. 

La Grecia è stata sì un socio inaffidabile, dato che ha imbrogliato, ha usato tranelli, ma è pur sempre un nostro partner. Si può riprendere il dialogo da dove si è interrotto e arrivare a una soluzione: salvare di nuovo la Grecia, ma stavolta in maniera più intelligente, facendo sì che riformi la sua economia. Potrebbe essere anche l’occasione per accelerare l’unione fiscale (non bisogna fermarsi fino a quando non ci sarà un Governo economico unico) e l’unione bancaria.

L’Europa è sorta nel 1950 per porre rimedio a un problema che sembrava irrisolvibile. Per 70 anni, la crescita economica della Francia e della Germania, nei settori dell’acciaio e del carbone, era stata fonte di sanguinosi conflitti. Sembrava un’equazione irrisolvibile, dato che quando una delle due potenze provava ad aumentare la sua ricchezza il risultato era una guerra.

È utile recuperare i testi di quegli anni. La Germania, che ora distribuisce certificati di “europeicità”, allora era la grande minaccia. Possiamo rileggere le parole che il Segretario di Stato Usa, Dean Acheson, scrisse nell’ottobre del 1949 a Schuman, allora ministro degli Esteri francese. Acheson spiega a Schuman qualcosa di cui era fermamente convinto: la necessità di cambiare paradigma. Possiamo sostituire la parola tedeschi con greci e vedremo che la missiva è di un’attualità sorprendente: “Nella maggioranza dei casi, ci siamo abituati negli ultimi quattro anni a decidere per i tedeschi (i greci del 2015) o a imporgli i nostri punti di vista. Evidentemente potremmo aspettarci che i tedeschi (i greci del 2015) ci diano prova di un comportamento conforme alle nostre attese. Ma possiamo permettercelo con il poco tempo che abbiamo a disposizione? Non sarebbe più saggio fare il primo passo e concedere anticipatamente ai tedeschi (i greci del 2015) un credito politico che ancora non si sono completamente meritati? Non possiamo aspettarci che i tedeschi (i greci del 2015) vogliano cooperare una volta che li abbiamo condannati a morire di fame”. La lettera sembra scritta oggi.

Questo atteggiamento è quello che ha permesso a Schuman di pronunciare il 9 maggio del 1950, nella Sala dell’orologio al Quai d’Orsay di Parigi, il suo famoso discorso che ha dato il via all’Europa, che incominciava con queste parole: “La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano”.

I pericoli continuano a essere evidenti e gli sforzi creativi in questo momento sembrano avere un obiettivo chiaro: una modernizzazione e un rinnovamento del sistema produttivo capaci di renderlo competitivo per preservare, con le necessarie trasformazioni, il welfare che identifica l’Europa. Già lo disse Schuman 65 anni fa: “L’Europa non potrà farsi un una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete”.

Un realismo come quello mostrato allora dal ministro degli Esteri francese è necessario per rispondere ai populismi che rappresentano una minaccia evidente per il sistema democratico e per il sistema istituzionale. Rispondere in modo reattivo e dialettico è una forma di pigrizia intellettuale e una mancanza di creatività che non corrispondono alla tradizione europea. L’Europa, sin dall’epoca romana, non si afferma come una cultura chiusa e autosufficiente. La tensione tra l’ellenismo ricevuto e la sfida delle barbarie invita sempre a ricominciare, a fare del vecchio ricevuto qualcosa di nuovo, spinge a lasciarsi interpellare dal diverso, a imparare da esso.

I populismi alimentano i sogni utopici strumentalizzando necessità concrete: il perdurare della società del welfare in un mondo globalizzato, meno tagli, la tutela del diritto alla casa, nuovi diritti che rispondano al desiderio di emancipazione personale, ecc. L’atteggiamento europeo, romano, non è rifugiarsi in antichi valori, ma uscire e incontrare la verità esistente in ognuna di queste richieste per dar loro risposte dal mondo della realtà. Questo è l’unico modo di togliere forza ai sogni distruttivi. Roma (quella di Augusto e quella di Pietro), e dunque l’Europa, è sempre in movimento, è sempre disposta a imparare, a correggere.

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