Riforme sotto la punta dell’iceberg

- Giorgio Vittadini

Nel dibattito sulle riforme, in particolare quella del Senato e del Titolo V della Costituzione, si ignora radicalmente la questione della sussidiarietà orizzontale. GIORGIO VITTADINI

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Stiamo assistendo ad un passaggio cruciale della storia repubblicana: se la riforma del Senato così come proposta dal Governo passerà, potrebbe cambiare in modo importante l’assetto dello Stato e la vita dei cittadini. Eppure, nonostante la posta in palio sia alta, l’attuale dibattito sulle riforme sembra girare intorno a questioni secondarie. Da una parte, la determinazione del Governo a superare il bicameralismo perfetto, additato come causa della difficoltà del Paese ad assumere una direzione chiara e a legiferare in modo rapido. Dall’altra parte, l’opposizione con la minoranza Dem che pone al centro il fatto che i futuri senatori debbano essere eletti direttamente dal popolo; la Lega che con le centinaia di migliaia di emendamenti fa ostruzionismo alla riforma considerata liberticida; i pentastellati che come sempre minacciano tutto e tutti considerando quel che accade un’ennesima rappresentazione della partitocrazia.

Il dibattito che riempie le prime pagine dei giornali, dal canto suo, sembra mettere tra parentesi il fatto che l’attuale processo di riforma non vuole regolare solo l’assetto del Senato. Un aspetto spesso sottaciuto è la riforma del rapporto tra Stato e Enti territoriali, in particolare tra Stato e Regioni, mentre si ignora radicalmente la questione della sussidiarietà orizzontale. Con la riforma costituzionale del 2001 si volle ridefinire in senso federale il rapporto tra Stato e Regioni, stabilendo espressamente quali materie dovessero essere di esclusiva competenza dello Stato centrale e quali le materie concorrenti, da regolamentare di comune accordo, mentre tutto il resto avrebbe dovuto essere lasciato nelle mani dei legislatori regionali.

E, tuttavia, la riforma costituzionale d’inizio secolo, pur essendo stata di ampia portata, presentava diverse gravi lacune, prima fra tutte la mancanza di un Senato federale, la cui assenza rese ingestibile il sistema. Non si ebbe, inoltre, il coraggio di porre mano al fatto che le 21 Regioni erano troppe e troppo diverse l’una dall’altra. A Regioni di dimensioni più grandi di alcuni Stati europei, efficienti ed efficaci nella loro azione come la Lombardia, se ne contrappongono altre, come il Molise, di dimensione irrisorie, e altre la cui inefficienza le rende simili a Stati del Terzo mondo. Emblematico il caso della Sicilia che non ha mai smesso di generare assistenzialismo, sprechi, incapacità di usare fondi europei, senza dare impulso al suo sviluppo.

In questo senso, la riforma del 2001 fu un’occasione sprecata rispetto alla necessità di affrontare alcuni atavici problemi dell’assetto territoriale e produsse un sistema fuori controllo, generando infiniti conflitti di competenza tra Stato e Regioni risolti dalla Corte Costituzionale secondo logiche prevalentemente centralistiche. In ogni caso, pur nei limiti derivanti da quella riforma, quanto all’attività ordinaria c’è da dire, contro l’odierna vulgata massimalista e unidirezionale, che alcune Regioni usarono molto bene la maggiore autonomia ricevuta. Con buona pace di tutti, le legislazioni su sanità, formazione professionale e libertà di educazione della Lombardia sono un modello rimasto sconosciuto a livello centrale quanto a efficienza, efficacia e capacità di utilizzare l’altra gamba della riforma, la sussidiarietà orizzontale, introdotta con l’articolo 118 della Costituzione nel 2001. Di contro, altre Regioni e Comuni, non hanno maturato la loro capacità di governare.

Negli anni successivi alla riforma del 2001 si mise mano ad un’ulteriore riforma, figlia della prima, quella della sussidiarietà fiscale, che conteneva una serie di principi i quali, correttamente attuati, avrebbero potuto porre rimedio alla mala gestione degli enti locali. Quale miglior viatico agli sprechi degli Enti locali di quello in cui ognuno dovesse essere responsabile dei suoi costi e quindi pagare i suoi sprechi? Fu istituita una Commissione diretta dal professor Luca Antonini che arrivò fino a identificare il metodo con cui definire i costi standard, ma il cui lavoro, nel valzer dei Governi (l’alternanza teorizzata dai super esperti come toccasana di ogni male) è stato completamente accantonato.

Arriviamo all’oggi: che giudizio dare su questa confusissima situazione? Sfruttando abilmente scandali e malaffare degli Enti locali e fingendo di ignorare che anche l’amministrazione centrale è inefficiente, clientelare, elefantiaca, si è buttato via il bambino con l’acqua sporca e si è teorizzato che occorre ricentralizzare tutto a Roma anziché distinguere ciò che, negli Enti locali, è buono e ciò che è da buttare. Non è un caso che venga citato Amintore Fanfani come modello da seguire, politico che certo non brillò per lungimiranza, avendo inaugurato nel nostro Paese il regime di statalismo centralista assistenziale ed essendosi reso protagonista dell’occupazione clientelare del potere da parte dei partiti.

La tendenza al centralismo è una caratteristica dell’attuale fase politica che: non nasconde il suo intento di riportare settori interi, come la sanità, sotto il controllo centrale; smantella lo Stato sociale con tagli orizzontali senza distinguere tra malgoverni e buoni governi; ha elaborato una riforma costituzionale finalizzata a ridimensionare fortemente il ruolo delle Regioni e la loro autonomia legislativa e fiscale.

Il Rapporto sulla Sussidiarietà 2014/2015, dedicato alla spesa pubblica, contiene una ricerca econometrica condotta sui Paesi europei che dimostra che se il 10% della spesa pubblica fosse spostata verso le Regioni, il PIL complessivo, al netto di altre variabili, aumenterebbe dello 0,6%. Il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Pizzetti, invitato a dare il suo contributo alla presentazione del Rapporto, ha confermato che il processo riformatore e l’orientamento attuale del Governo vanno in tutt’altra direzione, quella del riaccentramento dei poteri allo Stato centrale.

A questo orientamento non si sottrae neppure la riforma del Senato il quale dovrà sì “rappresentare” al centro le autonomie territoriali, ma i cui poteri sono scarsi e confusi. Si discute, infatti, delle norme sull’eleggibilità dei Senatori, ma non si dice che si sta perdendo l’occasione di istituire un Senato federale vero e proprio, come è presente nei Paesi autenticamente federali come la Germania in cui il fondamentale dialogo tra Stato e Enti locali avviene in modo chiaro e strumentato. Quello che si prefigura è, dunque, l’assurda situazione di un pasticciato Senato federale senza federalismo, dove si assisterà al perpetrarsi della sovrapposizione di funzioni tra i diversi livelli di governo, terreno su cui fondare la preponderanza dello Stato centrale. Manca, infine, quel disegno riformatore di ruolo, numero e tipo di Regioni, Comuni e Province che deve necessariamente avvenire in occasione di una riforma costituzionale di tale portata. Last but not least: la sussidiarietà orizzontale è completamente dimenticata, anche questo in un contesto in cui un abile uso degli strumenti mediatici ha demonizzato il ruolo del privato sociale, senza distinguere tra grano e loglio. Come al solito, ciò che sta sotto la superficie del mare e di cui non si parla è la parte più importante dell’iceberg.

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