Cuori pieni di nostalgia

- Federico Pichetto

Ci sono tanti modi di guardare ad un anno scolastico che ricomincia. Occorre rientrare sul serio, studenti e insegnanti, portando con noi soltanto l’io che siamo. FEDERICO PICHETTO

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Ci sono veramente tanti modi di guardare ad un anno scolastico che ricomincia. Mi ricordo di un bambino che la domenica prima che iniziasse la quarta elementare aveva trascorso qualche ora al parco con alcuni suoi amici. Tornato a casa aveva trovato l’inferno: mamma e papà litigavano, urlavano, si trattavano male e lui — triste e spaventato — si mise a contare letteralmente le ore che lo separavano dal ritorno tra i banchi. Per lui la scuola era una speranza, un luogo dove provare a non sentire, neppure nel cuore, le grida di una famiglia che lo faceva solo, silenziosamente, piangere. Poi mi ricordo anche di un giovanotto che, alla vigilia della quarta superiore, aveva passato l’intera giornata con gli “amici dell’estate”. Erano arrivate le sette di sera e nessuno voleva tornare a casa perché tutti sentivano che con quel tramonto finiva una magia, l’incanto di un tempo prezioso e irripetibile. Sentivano già una nostalgia tremenda e guardavano alla scuola come a una specie di condanna.

Non saranno molti quelli che in questi giorni rientreranno sul serio a scuola. Per la stragrande maggioranza di loro la scuola è uno spunto, un’inevitabilità che fa da pretesto a tante amicizie, qualche amore e a molte aspettative nascoste. Certo, non manca in molti casi quella che Jovanotti chiama “una strana felicità” o che Gaber, con una profondità ineguagliabile, definisce “illogica allegria”, ma attorno alla campanella del primo giorno si concentrano paure, speranze, silenzi e desideri. Questo, se è vero per i ragazzi, è ancora più vero per gli insegnanti. Nessuno lo confessa, ma al di là della “Buona Scuola”, della progettazione per competenze o del rapporto di autovalutazione di istituto, ciò che un prof. teme di più — o che forse in definitiva più aspetta — è di varcare le porte di quell’aula, di entrare in classe e di cominciare. Al punto tale che anche i più navigati si domandano, si raccontano o si impongono di non pensare al “come” iniziare la prima lezione, il primo incontro.

Io qualche piccolo suggerimento posso provare a offrirlo. Evitate, ad esempio, di entrare in classe in modo ideologico, con la pretesa di cambiare e rendere “come pensate voi” i ragazzi, evitate di ribadirgli meccanicamente i loro diritti e i loro doveri, evitate di fare — “almeno” il primo giorno — il prof che vorreste essere e custodite soltanto il prof che siete. Se volete iniziare il primo giorno in modo veramente umano non entrate in classe con attese o illusioni, ma ricordatevi semplicemente di farvi accompagnare da qualcuno. Quel bambino che siete stati, quell’adolescente che avete interpretato magistralmente ai tempi del liceo, quello studente che desiderava tutto e a cui la scuola — a volte — sembrava in realtà “un po’ meno di tutto”. 

Se porterete loro sarà tutta un’altra musica perché quelli lì i ragazzi li conoscono, sanno cosa sperano e cosa temono e, per questo, forse sono gli unici che il primo giorno dovrebbero poter parlare. Perché quel bambino, quel ragazzo, quel giovane, aveva un cuore così grande che nessuno è mai riuscito a penetrarne il Mistero. Aveva un cuore che appassionatamente mendicava e cercava un Tu, Qualcuno che potesse rispondere di sì all’inconfessabile domanda di trovare — tra tutti quei libri e quei quaderni — almeno un Padre, Uno da poter per lo meno seguire. 

E’ così che io voglio entrare in classe il primo giorno. Ed è per questo che porterò con me il bimbo triste che contava le ore e l’adolescente pieno di nostalgia che temeva di perdere tutto. Saranno loro i miei compagni di banco del primo giorno perché quei due, tutti e due, sono me, sono parti di me, della mia storia. E gli studenti non potrebbero mai capire quanto sono felice di aver incontrato Uno che mi ha accolto e che mi ha amato se non incontrassero il mio Io, se non parlassero con quei due che “abitano da me”, se non incrociassero lo sguardo di quello che realmente sono e che sono stato, ossia uno povero peccatore pieno di gratitudine che, varcando la porta di quell’aula, desidera soltanto — fino alle lacrime — continuare a essere felice. Non perdendo di vista, ovunque si celi, la Grande Presenza che ha reso così libera la mia vita e che oggi mi fa guardare al bambino e al giovanotto con il sorriso disarmato di chi sa che tutto, ma proprio tutto, alla fine è stato salvato.

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