Con rispetto parlando

- Pierluigi Colognesi

Per un verso è frequentemente invocato come indispensabile. Per un altro verso sembra scomparso. Che fine ha fatto il rispetto? Perché lo abbiamo dimenticato? PIGI COLOGNESI

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Antonio Canova, Amore e Psiche (1788-93) (Immagine dal web)

Qualche breve considerazione sul tema del rispetto. Per un verso esso è frequentemente invocato come indispensabile. Si esige rispetto per sé, per le proprie idee (anche le più assurde) e comportamenti (anche i più strani); in parallelo si predica anche il rispetto di idee e comportamenti degli altri (ma qui ci si spinge solo in certe direzioni, mentre in altri campi il rispetto va a farsi benedire). Si insiste poi sulla necessità del rispetto delle leggi, delle norme, dei regolamenti, anche i più particolari, intesi come garanzia di pacifica convivenza. Poi c’è il rispetto da avere per la natura.

Per un altro verso il rispetto sembra scomparso. Non sto dicendo che c’è chi sbaglia e non ha rispetto di ciò di cui lo dovrebbe avere; questo è sempre accaduto e sempre accadrà. È che ci sono interi ambiti in cui il rispetto non appare più dovuto. L’intima sfera degli affetti (compresa l’eventuale connotazione sessuale) non è rispettata nelle chat, nei blog o nella semplice conversazione. Il dolore, per rispettare il quale si capisce che bisognerebbe stare in silenzio, è invece ostentato da una logica comunicativa che si nutre sadicamente di quel dolore. Il passato — meglio sarebbe dire: la tradizione — è spogliato di qualsiasi aura di rispetto; anzi si dice che è veramente creativo proprio chi quel passato lo disprezza. Ne consegue che chi incarna la tradizione, la persona anziana cioè, non gode di rispettosa stima; semmai un po’ di commiserazione. Niente rispetto poi — per concludere questo insufficiente elenco — per l’autorità, qualsiasi essa sia e in qualsiasi ambito venga esercitata. Fino alla suprema autorità divina: che diamine, è un amico, un compagno, non certo qualcuno da rispettare.

È proprio a questo livello che si vede meglio il possibile equivoco. Il rispetto autentico non deriva da un’accondiscendenza mia per cui posso decidere se attribuirlo o meno. È ciò che ho di fronte che, proprio per la sua grandezza, per la sua bellezza, per la sua sproporzionata alterità, provoca in me il rispetto. Nel romanzo A viso scoperto Lewis rielabora il mito greco della bellissima Psiche amata da un dio. Quando Psiche racconta alla sorella incredula il suo primo incontro con la sfera divina, dice di aver provato la «vergogna di essere mortale», il «pudore per il fatto di essere insufficienti». È in forza di questa sproporzione che scatta la scintilla del rispetto. Rispetto per me stesso e per gli altri, che siamo tutti più grandi di quanto capiamo; rispetto per una intimità invalicabile nella sua profondità; rispetto per il cammino di ogni vita, doloroso o lieto, e comunque ultimamente inconoscibile; rispetto per la complessa storia che ci ha preceduto e per chi la incarna, eccetera. 

Questo rispetto non è affatto una soggezione da schiavi; chi ama conosce bene quella sproporzione, sa benissimo di non meritare la persona amata, che essa è la cosa più preziosa del mondo, che un abisso ci separa dalla sua bellezza e che essa ha diritto ad avere tutto di noi, a cominciare dal rispetto. Non per niente la parola «rispetto» indica anche un tipo di canto d’amore che i contadini dedicavano alle loro belle. E non per niente il dio a cui Psiche si consegna, rispettosa e ardente, è il figlio di Venere, cioè Amore.

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