Colonia, Manchester, Sant’Ambrogio

- Pierluigi Colognesi

Come è inizato il 2016? Se il buongiorno si vede dal mattino, ci sarebbe da essere molto, molto preoccupati. Si può essere però essere anche ubriachi di vita e di bellezza. PIGI COLOGNESI

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Se fosse valido – per questo 2016 che comincia – il detto secondo cui il buongiorno si vede dal mattino, ci sarebbe da essere molto, molto preoccupati. Non mi riferisco a importanti notizie di politica internazionale (dalla tensione tra Iran e Arabia ai test nucleati della Corea del Nord) o di economia (il crollo delle borse cinesi), ma ad alcuni episodi verificatisi proprio pochi minuti dopo l’inizio dell’anno nuovo, quasi a dare al neonato un triste imprinting.

A Colonia, ma anche in altre città tedesche, un’orda di uomini ubriachi, gran parte di origine araba o nordafricana, ha invaso la piazza della stazione e pesantemente molestato, fino a varcare la soglia della violenza carnale, le donne che si trovavano a passare di là. La stessa polizia è rimasta così sorpresa dalla stranezza e gravità dei fatti da non riuscire a mettere in atto nessun efficace intervento.

A Manchester un fotografo pronto ed abile ha immortalato – in un’immagine diventata subito famosa in rete – i primi secondi dell’anno nuovo. Siamo all’incrocio di due strade, niente traffico, solo auto parcheggiate, sullo sfondo le luminarie festive e un po’ di gente che chiacchiera e qualcuno che guarda i protagonisti della foto. Sulla destra due poliziotti con una blusa gialla fosforescente mettono le manette ad un giovane per terra, quasi sicuramente per ubriachezza molesta, mentre due loro colleghi parlano con qualcuno che conosce il ragazzo. Sulla sinistra disteso sull’asfalto un uomo (il 47enne Mike Deveney, si scoprirà in seguito) in elegante abito azzurro elettrico e maglietta che si è rialzata mostrando l’addome nudo, incurante del gelo e di ogni cosa intorno a sé tende il braccio all’agognata bottiglia di birra, lì per terra con lui.

È chiaro che il legame tra i due episodi è l’ubriachezza; come se il 2016 si annunciasse col volto inebetito di chi ha perso se stesso per il troppo alcool. In molte lingue per definire questo stato si usa il participio del verbo bere e anche in italiano si può dire di un ubriaco che «è bevuto». Come se fossero stati vino, birra, whisky o vodka a prendere il sopravvento sulla personalità di ha ecceduto con loro, a ingurgitarne la coscienza, assorbirne ogni scintilla di ragionevolezza, inghiottirne ogni capacità di rapporto per buttarlo a terra in strada, inconsapevole di tutto se non della voglia di riattaccare la propria bocca al collo della bottiglia. Azzeramento dell’io. «Davvero non ricordo nulla» ha detto infatti l’improvvisamente famoso Mike Deveney, confessando comunque di sentirsi «un po’ sciocco» nel rivedersi in quella foto. E staremo a vedere cosa diranno gli ubriachi tedeschi (almeno quelli che, spero, verranno arrestati), che del loro io hanno conservato solo la pulsione sessuale, animalescamente lasciata senza freni dall’alcool.

L’etimologia italiana di «ubriaco» ci dà qualche speranza in più. Il termine è una tarda trasformazione del latino ebrius, di cui la nostra lingua conserva anche il più aulico «ebbro». Si può essere ebbri di vino, di rabbia, «di dissolvimento» come canta il Carducci, ma si può essere ebbri anche di cose belle: d’amore, di musica, di poesia. La sovrabbondante valorizzazione che il cristianesimo fa di ogni aspetto dell’umano arriva addirittura a parlare, con sant’Ambrogio, di «sobria ebbrezza dello spirito», gustare della quale rappresenta – al contrario della malsana ubriacatura – il massimo di consapevolezza dell’io.

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