Referendum: qualcosa in più dei clan di tifosi

Il dibattito sul referendum del prossimo 4 dicembre è ridotto a insulti, teorie, schieramenti faziosi. Nessuno guarda con realismo a quello che c’è davvero in gioco. GIORGIO VITTADINI

21.10.2016 - Giorgio Vittadini
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Di questi tempi quando qualcuno ti incontra per strada o in ufficio ormai non ti chiede neanche più come stai. Quello che vogliono sapere è cosa voterai al referendum del prossimo 4 dicembre. Se non rispondi o dici che ci stai ancora pensando ti guardano come se fossi il Cavalier Tentenna, con uno sguardo tra il deluso e il compassionevole.

Non si discute il dovere e il diritto di andare a votare, perché è giusto partecipare alla vita politica del proprio Paese. Schierarsi da una parte o dall’altra insultando violentemente le ragioni dell’altro è però un virus che ci stanno inculcando nel sistema circolatorio. Come ha scritto giustamente Marco Cianca sul Corriere della Sera della scorsa domenica, “si vuole attirare il voto dalla propria parte e la menzogna perde persino coscienza di se stessa. Si litiga, non si discute, i confronti televisivi sono tragicomici, per lo più incomprensibili, repulsivi (…) alimentano antipatie e simpatie senza chiarire i motivi reali del contendere”. C’è il “sentore di xenofobia, razzismo, stalinismo, totalitarismo, la voglia di uomini forti”.  

Parole esagerate? No, stiamo assistendo al frutto inevitabile di quella svolta voluta da certi editorialisti e intellettuali sapienti il cui fine era allineare l’Italia alle democrazie più avanzate (sic!). Per liberarsi da un assetto politico con governi di corta durata, che però sotto intendevano linee politiche stabili di lungo decorso, si è voluto un sistema in cui la vittoria di una parte esclude i perdenti, nella concezione che “l’altro è il male”. Ecco allora l’arrivo degli uomini della provvidenza, dapprima osannati poi vituperati perché deludenti e incapaci di portare a compimento anche un minimo di quanto promesso. Perché è inevitabile che l’uomo solo al comando, espressione di questo tipo di politica, non è in grado di risolvere la complessità delle sfide della società. Quello che ha sempre permesso di andare avanti è invece la politica dei piccoli passi, la collaborazione fra le parti diverse, l’ascolto di tutti. In una parola il dialogo (non a colpi di twitter come va di moda oggi). 

La grande confusione della propaganda referendaria non aiuta nessuno. Quello che dovremmo fare invece è guardare con pacatezza e realismo le tante luci e le tante ombre della riforma costituzionale. Alcuni esempi: la rinnovata centralità del Parlamento con la possibilità di promulgare leggi in modo più tempestivo, ma anche una grande confusione sul futuro ruolo del nuovo senato. Il tentativo, con la nuova formulazione del Titolo V, di mettere chiarezza nei rispettivi campi di intervento di Stato e Regioni, oggi spesso e volentieri bloccati a vicenda per la poca chiarezza della formulazione in vigore, ma anche il rischio di un accentramento dei poteri a Roma tagliando così la strada a esperienze positive in corso. C’è l’abolizione di enti inutili come il Cnel, ma anche la possibilità di nascita di “maggioranze bulgare” e senza contrappesi per le elezioni di organi fondamentali come il Presidente della Repubblica, il Consiglio superiore della magistratura e la Corte costituzionale. 

In questo quadro come muoversi? Aumentando le fila del disimpegno e dell’indifferenza, lasciando i tifosi del sì e del no a litigare tra loro? La riforma che dovremo andare a votare non è evidentemente la panacea di tutti i problemi. Qualunque sia l’esito del referendum c’è bisogno di correggere ancora, e molto in fretta, e di operare cambiamenti non più eludibili.

Ad esempio chi sa cosa significhi sussidiarietà sa anche che il problema non è discutere indistintamente tra Regioni e Stato centrale. Occorre oggi parlare di regionalismo differenziato (vedi art. 116 della Costituzione), distinguere tra regioni virtuose da premiare e regioni da sanzionare, intervenire sulle ormai obsolete regioni a statuto speciale, ridisegnare macroregioni adatte ai tempi; assegnare fondi e responsabilità sulla base dei risultati basati su costi standard e sussidiarietà fiscale. 

Impossibile da farsi se si rimane divisi in due fazioni di facinorosi: occorrono persone che amino il bene comune e siano quindi disposte a cambiare idea ascoltando quelli del fronte avverso e giungendo a compromessi virtuosi. E’ quello che ha detto il capo dello Stato Mattarella allo scorso Meeting: “Recuperare interamente il senso del vivere insieme” perché “le grandi sfide di oggi si possono affermare e governare soltanto ricercando e trovando politiche comuni e impegni condivisi”. 

Ma questa ricerca del vivere insieme così necessaria oggi è un esito di qualcosa d’altro e profondo. Come ha detto più volte Luciano Violante, “i momenti più importanti e positivi del nostro passato repubblicano sono quelli in cui le parti si sono reciprocamente riconosciute, mentre le crisi sono legate al disconoscimento dell’altro (…) Dire ‘tu sei un bene per me’ non è una dimensione angelicata, ma comporta una responsabilità”. 

Tu sei un bene me: il titolo dell’ultimo Meeting di Rimini è la sola condizione necessaria perché “anche il referendum divenga occasione per ciascuno di scoprire la bellezza e la convenienza dell’aprirsi all’altro, in un dialogo vero, senza preventivi arroccamenti e partiti presi, collaborando con chiunque si adoperi nella ricerca di un meglio per tutti” come dice il documento di Comunione e Liberazione sul tema della consultazione del  prossimo 4 dicembre. 

Ognuno di noi, non solo i tifosi del sì e del no, ha da scoprire la straordinaria forza politica e l’operatività riformista di una bellezza disarmata. 

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