Elezioni Usa, la “fiction” di Trump

- Fernando De Haro

Dopo una lunga campagna, negli Stati Uniti è arrivato il momento del voto per eleggere il nuovo Presidente tra Donald Trump e Hillary Clinton. Il commento di FERNANDO DE HARO

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Hillary Clinton (LaPresse)

Questa volta è diverso. Quel che è in gioco nelle elezioni presidenziali americane è probabilmente qualcosa di inedito, sconosciuto da quando gli Stati Uniti hanno abbandonato l’isolazionismo alla fine del XIX secolo. Saranno quasi certamente gli ispanici della Florida a decidere chi sarà il nuovo inquilino della Casa Bianca (vedremo quindi se apprezzeranno l’apertura fatta a Castro). Siamo tuttavia di fronte a qualcosa di più rilevante della scelta di un Presidente.

In queste ore bisognerebbe soppesare i programmi dei due candidati, specie nell’ambito sociale e, soprattutto, estero, che è ciò che interessa a non statunitensi. Ci troveremmo così di fronte al classico conflitto tra beni possibili o mali minori. Conta di più il disprezzo verso gli immigrati di Trump, la sua dichiarata islamofobia e la mancanza di rispetto per le donne o la politica pro-aborto della Clinton? Come valutare l’atteggiamento verso la Russia? Il Paese di Putin ha infranto il sogno egemonico che gli Usa hanno potuto coltivare dopo la caduta del Muro di Berlino. Ha anche fatto crollare l’aspirazione a una multipolarità relativamente pacifica mediante un compromesso con la Cina. 

Mosca reclama, senza rispetto per le regole, la sua dose di protagonismo. Lo ha reso evidente in Ucraina e in Siria. Trump sembra essere vicino a Putin. Di fatto lo ammira. È meglio la sua non-belligeranza o un atteggiamento più fermo come quello che sembra garantire Hillary? La candidata democratica vuol sconfiggere l’Isis e contemporaneamente Assad in Siria. Senza lasciar spazio ai russi. Clinton è, in linea di principio, più interventista di Obama: ha sostenuto le azioni in Iraq nel 2003 e in Libia nel 2011 che tante nefaste conseguenze hanno portato. 

Conviene la continuità della Clinton con il secondo Obama (il primo voleva ritirare le truppe dall’Afghanistan) nonostante gli errori che potrebbe commettere? O è meglio un isolazionismo come quello che sembra predicare Trump? In linea di principio una vittoria del candidato repubblicano potrebbe rappresentare una svolta verso la posizione del Presidente John Quincy Adams (in carica agli inizi del XIX secolo): “Gli Stati Uniti non vanno all’estero in cerca di mostri da distruggere”. Potrebbe andar bene qualcosa del genere?

Sarebbe interessante rispondere a queste e altre domande dettagliatamente. Ma questo lavoro, sempre necessario, verrebbe svolto con vecchi schemi. Obama è diventato Presidente nel 2008 senza un gran corpo teorico alle spalle. Era stato spinto dal sogno di “Yes we can”, dal desiderio di superare le conseguenze economiche della deregulation e e i fallimenti della “guerra contro il terrore”. Bush aveva governato con i principi forniti dai neocon dopo l’11 settembre, plasmati sulla Strategia di sicurezza nazionale del 2002. Esiste solamente un modello di successo nazionale basato sulla libertà, la democrazia e la libertà imprenditoriale, diceva quel testo. Ora non siamo davanti a nulla di simile. 

Trump non rappresenta una reazione opposta a una presidenza progressista. Non c’è un programma come quello neoconservatore da mettere in discussione, una visione e un’esperienza del mondo su cui dialogare. Non ci sono due modi di affrontare la realtà che si possano misurare con i loro pro e i loro contro. È tutto diverso. Trump rappresenta la non-realtà. Le proposte del candidato repubblicano non possono semplicemente essere prese in considerazione perché non esistono. Non si può soppesare il progetto di costruire un muro alla frontiera messicana pagato dagli stessi messicani. Nemmeno una tassa che penalizzi le importazioni o la chiusura delle frontiere commerciali. Non sono proposte. Trump non le formula con l’intenzione di segnare una direzione. Ogni promessa di un politico ha un certo grado di “finzione”. Con Trump, invece, tutto è “finzione”. Questo è il suo successo.

Trump non fa politica. Trump è “l’amicone” che ti dà sempre ragione quando sei arrabbiato, che alimenta la tua misoginia quando tua moglie non ti parla o che dà la colpa agli stranieri per il tempo che hai aspettato in coda all’ospedale. Non importa se tua moglie non ti parla perché il tuo malumore è insopportabile o se lo straniero lavora il doppio di te. La realtà non importa. In questo consiste il cambiamento: gli ambiti tradizionali di socializzazione stanno sparendo, i media hanno smesso di essere mezzi di comunicazione di massa per diventare “media di tribù”. Prima si leggeva solamente il giornale che confermava le proprie idee, e ciò richiedeva una certa “elaborazione” interpretativa dei fatti. Ora non è più necessario, basta selezionare gli account Twitter che confermano il proprio stato d’animo. Le categorie del vero e del falso sono sparite. Sono proprietà che si possono applicare solamente a quello che esiste. È un problema più antropologico che morale. 

Trump ha compiuto radicalmente la profezia di Maria Zambrano: si è perduto il legame con la realtà. La tecnologia ha accelerato il processo, ma c’è qualcosa a monte: una difficoltà complice, quasi invincibile, a registrare le cose come sono. Questo è quello che spiega il risultato del referendum sulla Brexit. Ma chiaramente stiamo parlando di politica e la realtà prima o poi rispunta fuori, come i britannici ci stanno mostrando.

Trump non esiste, il suo è il mondo della fantasia, per questo è molto pericoloso.

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