E’ Dio a cercare l’uomo

- Marco Pozza

E’ successo qualcosa d’incantevole: è nato. Si è inginocchiato: “E il Verbo si fece carne”. Fino a poggiare il suo respiro nel nostro, facendo di noi la sua dimora. MARCO POZZA

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William Congdon, Natività 1965 (particolare)

E’ successo qualcosa d’incantevole: è nato. Si è inginocchiato: “E il Verbo si fece carne“. Inginocchiandosi, ha esagerato. Fino a poggiare il suo respiro nel nostro, facendo di uno straccio di terra la sua dimora: “Ha piantato la sua tenda in mezzo a noi” (Gv 1,14). Nessuno, tra gli umani, potrà più vantare un parentado scellerato come il suo, quello narrato dall’evangelista Matteo: “La genealogia carnale di Gesù è spaventosa” (Ch. Péguy). 

Nessuno, nel sogno di mettere per iscritto la sua storia, oserebbe partire com’è partito lui: sbattendo, in bella vista, tutti i peccati di casa sua. Le storie-di-regime parlano di vittorie, delle conquiste, di eroi ed eroine. La sua, invece, sarà una storia di grazia riversata in maniera copiosa: graziati, perdonati, assolti. Rialzàti. S’inginocchia, dunque: nel cercare Dio, tutti gli uomini vantano dei tentativi. A Betlemme è l’assurdo a farsi carne: è Dio a cercare l’uomo. Un giorno, diventato bellimbusto, lo dirà: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (Gv 5,16). All’inizio, appena bambino, s’inginocchia: che nessuno, di Lui, possa dire che predica bene e razzola male.

I primi a tentare di mettersi-di-traverso furono la sua stessa parentela: Ozia fu accusato d’incesto, Ioatam d’omicidio, Davide fece quello che ben sapete. Il suo albero genealogico è un misto di peccato, di carni eccitate, di corpi vendutisi, di sguardi inquieti. Nessuno, però, riuscì mai ad arrestare il fluire della Grazia: lei procedette a zig-zag, andando ad innestarsi nell’unico vergine rimasto in tutto quel casato: Giuseppe, carpentiere con bottega a Betlemme. 

La cui Maria, il miglior fiore di Galilea, è già dentro fino ai gomiti ad un’avventura più unica che rara: il suo grembo sarà la pista d’atterraggio dell’Eterno. A Betlemme — casa del pane, del Dio che sceglierà di farsi pane, amore masticato dagli amici — Dio ricomincia da un Bambino. In ginocchio: non s’impone, spia guardingo, bussa alla porta, ha bisogno. Non trova spazio: “Per loro non c’era posto nell’albergo” (Lc 2,7), proprio Lui che un giorno diventerà lo spazio d’incontro tra il Cielo e la Terra. 

E’ storia che si ripete: come accadde con gli antenati, neanche stavolta riuscirà ad alcuno bloccargli il sogno. Nessuno dei tre impreca: sono abituati ai rifiuti. Se ne vanno in direzione della campagna. Là, nella terra povera, il buon cuore terrà sempre una grotta a disposizione di viandanti rifiutati, di naviganti ribaltati, di poveri scartati. Che nessuno si monti la testa: la prima chiesa è una stalla, il primo ostensorio una greppia, la prima tovaglia fatta di paglia-e-sterco. La via che porta a Betlemme è già via crucis. Nessuno obbliga a seguire Cristo: a nessuno sarà concesso di modificare la segnaletica-stradale del Natale.

A Betlemme di Giudea — “nel bel mezzo di una tribù, fra i litigi, le gelosie, i piccoli drammi d’una numerosa parentela” (F. Mauriac) — Cristo nasce in carne e ossa. Lui, il mondo, lo vuole ammirare dai bassifondi: è per questo che nasce in ginocchio, giacché il mondo non è lo stesso a guardarlo dall’alto o dal basso, da chi conquista o da chi viene conquistato. “Avete sbagliato voi?” sussurra alla terra ferita. “Pagherò io, di persona: è il mio regalo”. Quella notte nessun umano gli aprì la porta di casa, eppure Dio si era fatto postino della salvezza: capisce così poco l’uomo. I primi a vederlo sono pastori: la natura in ginocchio. Dopo di loro i magi: la sapienza in ginocchio. Erode non lo vedrà: d’inginocchiarsi, lui non ne vuole affatto sapere. Neanche Cristo ne volle sapere d’innalzarsi. A Betlemme, come a Berlino: nasce così in basso che, per fissarlo, occorrerà anche stavolta mettersi in ginocchio. Ne capiamo così poco noi, umani-sapienti: il coraggio di sospettare che la bellezza possa nascondersi negli stracci della miseria è il motivo per cui — nonostante tutto, proprio per questo — anche questa notte Dio nasce. Ancora bambino, muto, genuflesso. La potenza confinata nell’impotenza, il tutto nel frammento, Dio in terra: “Ha fatto risplendere la vita” (2Tm 1,10). La luce, in ginocchio, illumina: le tenebre, illuminate, s’accendono.

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