La presunzione che impedisce di capire

- Pierluigi Colognesi

La complessità può effettivamente dare le vertigini. Ma, pensandoci bene, lo fa solo quando si ha la presunzione di poter capire e padroneggiare tutto. PIGI COLOGNESI

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Michelangelo, David (1501-04) (Infophoto)

È un luogo comune dire che viviamo in un mondo complesso, ma ci sono momenti ed occasioni in cui se ne diventa consapevoli in modo molto chiaro e anche drammatico.

Interessato ad un certo fatto accaduto, mi metto a cercare notizie a riguardo e dopo pochissimo tempo mi rendo conto che la mole delle informazioni che ho a disposizione è del tutto ingovernabile e spesso contraddittoria, a volte non so valutare la credibilità delle fonti né l’autorevolezza degli interpreti. Sconsolato, penso che la volontà di conoscere si sia dispersa in mille rivoli inadeguati. 

E non posso pensare che riducendo l’ampiezza dell’orizzonte il problema si risolva. L’altro giorno stavo passeggiando per il mio quartiere in un orario inusuale e mi sono accorto di non conoscere nulla delle case, dei negozi, dei cortili, della piccola fabbrica e della moderna palestra che sorgono a pochi metri da casa mia; e i volti delle facce che ho incontrato rimandavano a una vita, a una storia, a preoccupazioni e ad attese a me del tutto ignote. Ero certo che ci accomunasse la medesima umanità, ma come essa si declinasse non lo sapevo.

Del resto anche nella cerchia degli amici si fa esperienza di non aver mai finito di conoscere. Quello che ama dipingere mi porta a vedere le sue ultime produzioni e scopro che ha interessi e sfumature che non immaginavo. A tavola si discute di recenti vicende politiche e mi accorgo quanto sia difficile capire ed immedesimarsi in quello che l’altro sta dicendo e che parte da una conoscenza e da una sensibilità che non mi aspettavo. Partecipo ad un tipo di riunione che ho fatto centinaia di volte e per un attimo mi fermo a guardare negli occhi chi sta parlando, accorgendomi di quanto sia maledettamente complesso non tanto quanto sta dicendo, ma proprio lui, proprio lei.

E perfino quando rifletto su di me — e mi conosco da tanto tempo — devo ammettere sconcertato che quella reazione, quello stato d’animo improvvisamente dominante, quella domanda acuta, mi discoprono intere regioni della mia persona che non ho ancora esplorato. Anch’io sono complesso.

Per non parlare poi del fatto che tutte queste realtà così complesse per giunta si muovono, evolvono. E così un’istituzione (come può essere la Chiesa o l’ambito particolare di essa in cui la si vive) che sembrava definitivamente consolidata come una statua di marmo improvvisamente incomincia a muoversi scrollandosi di dosso la polvere e facendo scricchiolare giunture che non si credeva neanche avesse. 

Sorpreso da questo movimento, uno rischia di perdere l’equilibrio, di pensare che ogni cosa sta crollando, e magari rimpiange il bel tempo quando tutto stava immobile dando un falso tepore di sicurezza.

La constatazione della complessità può effettivamente dare le vertigini. Ma — pensandoci bene — lo fa solo quando ho la presunzione di poter capire e padroneggiare il tutto nel suo insieme e in ogni dettaglio, quando erigo me stesso a signore assoluto e senza limiti. L’alternativa non è la rinuncia a conoscere, ma quella che un tempo si chiamava umiltà, per cui uno percorre come può il pezzettino di strada che via via gli si presenta, consapevole dei suoi limiti. Il che è ragionevole perché c’è la meta, quando “vedremo tutto”.

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