Siria, l’errore da non ripetere

In Siria la Russia sta ottenendo il suo approdo verso il Mediterraneo mentre la popolazione soffre. Colpa anche degli errori degli Stati Uniti. Il punto di FERNANDO DE HARO

16.02.2016 - Fernando De Haro
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Bashar al Assad (Infophoto)

Putin ce l’ha fatta. È riuscito ad avere una telefonata da Obama per parlare della guerra in Siria. Una conversazione che lo trasforma, agli occhi del mondo e soprattutto dei russi, nel secondo leader planetario. Perché non considerarlo il primo? Dopotutto i presidenti americani devono sottomettersi ad alcune umilianti elezioni e possono restare in carica al massimo per otto anni…

Una parte importante di quanto accade in questi giorni in Medio Oriente si spiega con la necessità che hanno i russi di fare i russi. E anche dell’urgenza che hanno i sauditi di fare i sauditi. La conversazione telefonica tra Putin e Obama è arrivata dopo che il Primo ministro russo Medvedev aveva parlato di una nuova Guerra fredda durante la Conferenza internazionale sulla sicurezza a Monaco. I russi non volevano rispettare il cessate il fuoco concordato in Siria, né volevano essere sanzionati per questo. Il regime di Assad, sostenuto da Mosca, sta avanzando per conquistare Aleppo. Non pensa di fermare i bombardamenti sui ribelli e Al Nusra (la filiale siriana di Al Qaeda) – e in misura inferiore sull’Isis – finché non consoliderà le proprie posizioni. 

Russia e Assad vogliono guadagnare terreno prima che venga negoziata la fine di una delle guerre che si combattono in Siria: quella tra il Governo – appoggiato da Mosca e Teheran – e l’opposizione sunnita. Putin vuole che Assad si consolidi nella zona costiera, per questo fa la voce grossa quando gli Stati Uniti cercano di ostacolare i suoi piani. Inoltre “scontrarsi” con Obama gli torna utile sul piano della politica interna: non c’è cosa migliore di una polemica con “l’imperatore” per risollevare l’orgoglio patriottico e far dimenticare la crisi e il basso livello del petrolio. Il nuovo zar conquista una testa di ponte nel Mediterraneo e si avvicina a sud a uno dei suoi avversari: la Turchia. 

Le decine di migliaia di profughi che fuggono da Aleppo e che Erdogan blocca alla frontiera sono diventate uno strumento con cui le due potenze regionali, eterne rivali, si colpiscono sotto gli occhi della Comunità internazionale. L’Ue, specialmente la Germania, non riesce a far sì che le ragioni umanitarie prevalgano nello scontro tra Ankara e Mosca. 

Il problema non è che i russi facciano i russi, ma che lo facciano in maniera più intelligente di quanto gli americani facciano gli americani. Obama ha iniziato i bombardamenti nel 2014 invertendo i fattori. Era impossibile vincere la guerra contro l’Isis senza una qualche forma di collaborazione con il regime di Damasco. Prima sarebbe stato necessario un accordo politico tra Governo e opposizione, poi ci sarebbe dovuto essere l’intervento militare. 

Una volta che si fosse guadagnato terreno contro l’Isis si sarebbe potuto cercare un cambiamento nel regime siriano, contando su alcune cerchie meno leali ad Assad. Ma gli Stati Uniti hanno voluto combattere su tutti i fronti contemporaneamente. Nonostante sia stata la Casa Bianca a “riabilitare” l’Iran, l’altro grande alleato del regime di Damasco, Washington non è riuscita a ottenere vantaggi da questa mossa.

Obama non ha ascendenti su Assad, né sull’opposizione. I cui leader, come è stato evidente con la sospensione delle trattative a Ginevra, sono sotto il patrocinio dell’Arabia Saudita. E i sauditi hanno più che mai bisogno di fare i sauditi ora che il loro principale nemico, Teheran, è il grande amico dell’Occidente.

La guerra civile in Siria e quella contro l’Isis sono espressione della guerra che da sempre esiste tra sciiti e sunniti. Dalla parte degli sciiti c’è la Russia, mentre da quella dei sunniti l’Arabia Saudita e la Turchia. Bisogna affidarsi a Teheran e Mosca e farlo in maniera intelligente per far sì che Putin non guadagni altro terreno e la popolazione civile non soffra ancora. Una volta finita la guerra civile si potrà pensare alla transizione del potere, tenendo conto che la vittoria militare non basterà, dato che la maggioranza della popolazione è sunnita e occorre coinvolgerla in qualche modo. Non ci si può permettere di ripetere l’errore fatto con l’Iraq nel 2004. Gli sciiti possono pazientemente ottenere una vittoria sull’Isis, ma solamente i sunniti possono delegittimare lo Stato islamico.

Non è facile, occorrono pazienza e intelligenza. Il problema drammatico è che il dolore dei civili aumenta ogni giorno.

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