Nel fango di Idomeni

- Giuseppe Frangi

Idomeni è un piccolo paese di frontiera tra Grecia e Macedonia. Lì 13mila persone aspettano di entrare in Europa. Ma l’Europa non c’è, è il grande assente. GIUSEPPE FRANGI

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Idomeni è un piccolo paese di frontiera tra Grecia e Macedonia. Da mesi però è uno snodo vitale per chi scappa dal Medio Oriente. Uno snodo, o meglio un collo di bottiglia. La Macedonia ha chiuso la frontiere, mobilitando forze di polizia con tanto di tenute antisommossa nuove di zecca e con autoblindo di pattuglia tirate a lucido. Da questa frontiera vengono fatte passare poche decine di persone al giorno, e per non perdere il posto molti se ne stanno anche in fila per giorni. Il problema è che a Idomeni è inverno. La notte di martedì un nubifragio ha ridotto tutta la zona in un pantano. «Idomeni sprofonda nel fango. Migliaia di bambini e bambine vivono da giorni tra fango, melma, pioggia e freddo, in ripari di fortuna con altissimi rischi di malattie e morte. Non ci sono più parole per definire questa situazione», ha detto Andrea Iacomini, portavoce Unicef Italia. 

In tutto sono circa 13mila persone abbarbicate alla speranza di poter continuare la rotta, che li ha visti partire dalla Siria, dall’Iraq e lasciare gli insostenibili campi profughi turchi. Sono in 13mila abbandonati a se stessi. A soccorrerli ci sono solo le sigle consuete, Caritas greca e Medici senza frontiere in particolare. Le immagini che arrivano da Idomeni ci mostrano decine di volontari che organizzano questa quotidianità disperata. Lo fanno a loro spese e con loro forze. Msf ad esempio si è fatta carico del costo e della gestione di 13mila pasti per tre turni al giorno, oltre alle centinaia di coperte e di tende. L’organizzazione ha anche affittato tre appezzamenti di terreno vicini al passaggio della dogana macedone, per poter montare dei campi. 

C’è solo un grande assente a Idomeni: l’Europa. Si vedono volontari e operatori con pettorine di tante sigle diverse, comprese ovviamente in particolare quelle delle due organizzazioni citate, ma non si vede nessuno che abbia una pettorina con il simbolo dell’Europa. È un’assenza simbolica che agli occhi di chi arriva pesa certamente come un macigno. Ed è un’assenza che, vista da questa parte, la nostra, testimonia — in modo inconfutabile — di un soggetto che non c’è.

L’Europa fisicamente, concretamente non c’è, non esiste, se, nel momento in cui sul suo suolo (perché anche se si fa finta che non sia così, Idomeni è Europa) si verificano situazioni di questo tipo, nessuno mette in conto la necessità, o meglio l’obbligo minimo di organizzare o garantire degli interventi umanitari. Invece, come nulla fosse, si accetta che a Idomeni 13mila persone, tra cui tantissimi bambini, vivano nel freddo e nel fango, senza sapere quanto tempo dovranno aspettare per continuare il loro cammino. 

Perché se c’è una cosa sicura è che queste persone andranno avanti, com’è successo a tutti quelli che li hanno preceduti. Nessuno torna indietro. È come se si fossero eretti un muro alle spalle. Quindi oltre ad essere sul suolo europeo, sono in certo senso anche già europei. Per destino, per necessità storica. “Non c’è muro che tenga” ha titolato non a caso il mensile Vita un numero interamente dedicato all’emergenza migranti.

Ora si può capire che la gestione di flussi così imponenti non sia un impegno facile. Ma lo spettacolo che l’Europa sta dando è assolutamente indegno della sua pretesa “civiltà”. Si possono mettere in conto i particolarismi di governi che anche per ragioni elettorali sbarrano le frontiere. Ma non si può accettare uno spettacolo come quello a cui stiamo assistendo a Idomeni, luogo simbolo di tanti altri “limbi” che si sono aperti nel corpo stesso dell’Europa. Per fortuna a dire che l’Europa ancora esiste ci sono quelle decine e decine di volontari che non si tirano mai indietro, dando ogni volta uno spettacolo di umanità e anche di efficienza. E molti sono italiani. Come Daniela Oberti, infermiera bergamasca, da quattro settimane a Idomeni, a lavorare in uno degli ambulatori di Maf, avendo preso tre mesi di aspettativa. Ha raccontato Daniela al sito Bergamopost: «In questi giorni, quando lavoro in ambulatorio, ho la sensazione di lavorare in mezzo alla foresta del Congo, o nel deserto del Niger, curando bambini disidratati, donne incinte… Solo quando finisco ed esco dalla tenda mi accorgo che non sono in un posto poi così lontano da casa». In Europa, appunto. 

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