Belli e addormentati, aria nuova

- Giuseppe Frangi

All’annuncio delle 20 nomine in tanti avevano storto il naso. Eppure, qualcosa sta cambiando. Il punto di GIUSEPPE FRANGI sulla “primavera” dei grandi musei italiani

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Raffaello, Sposalizio della Vergine, particolare (1504)

All’annuncio delle 20 nomine in tanti avevano storto il naso. E  oggettivamente sembrava che la mossa del ministero, un’infornata di direttori per i più importanti musei italiani, fosse soprattutto un’operazione di rottamazione nel più classico stile renziano. Sono passati sei mesi da quelle nomine e alla vigilia dell’arrivo della primavera e delle giornate Fai per il patrimonio, l’Italia scopre che c’è aria di primavera anche nell’atmosfera un po’ stantia dei nostri musei. 

Abbiamo visto un direttore, Mauro Felicori, essere messo sotto accusa dal sindacato per lavorare troppo. Abbiamo visto la Pinacoteca di Brera, più importante museo della moderna Milano, dotarsi finalmente di un sito, dopo che per anni cercando Brera su Google si finiva a scelta o su un modello dell’Alfa Romeo o su uno studio di avvocati. L’Archeologico di Napoli, uno dei più importanti del mondo, grazie all’autonomia di cui sono dotati questi grandi musei ha annunciato un budget 2016 di 10milioni di euro, cioè 10 volte più dello scorso anno. Si muovono anche gli Uffizi, che hanno predisposto angoli allattamento e fasciatoi, perché è museo frequentato da molto turismo di famiglie. Gli Uffizi sono anche il museo al mondo che ha il più alto rapporto tra visitatori e metro quadro. Insomma è stimatissimo. Per cui il nuovo direttore, Eike Schmidt, 46 anni, tedesco, ha iniziato la trattativa con i sindacati per l’apertura sette giorni su sette, con un lunedì dedicato soprattutto all’accesso di scolaresche e disabili. A Paestum, invece, per la prima volta nel fine settimana di Pasqua i visitatori potranno entrare all’interno del tempio di Nettuno, sperimentando ciò che aveva stregato Goethe quando arrivò qui.

Insomma i magnifici addormentati, i grandi musei italiani, sembrano battere un colpo. Sembrano voler uscire dal letargo in cui da anni erano piombati, paralizzati da burocrazia, da sindacalese, da sovrintendenti frustrati. Ora invece di inseguire il pubblico con costose e spesso pretestuose mostre blockbuster, si pensa di attirarlo puntando al proprio patrimonio. È la scelta fatta da James Bradburne, neodirettore di Brera, che ha iniziato da uno dei suoi gioielli, lo “Sposalizio della Vergine” di Raffaello, a cui è stato affiancato per la prima volta il suo prototipo, il quadro analogo dipinto qualche anno prima dal Perugino. Un’operazione semplice, che accende i riflettori su un gioiello della raccolta milanese e che avvicina un pubblico largo attirato anche dal tema dello “sposalizio” abilmente giocato nella comunicazione. 

I segni di risveglio sono minimi e a volte anche un po’ contraddittori. Ma è indubbio che siamo di fronte a un’inversione di tendenza che cambia completamente la percezione di cosa sia un museo: da luogo di doverosa conservazione del passato oggi si scopre che possono essere luoghi attrattivi di pubblico e di ricchezza. Del resto, guardando fuori d’Italia, lo scorso anno è stato calcolato che il Metropolitan di New York abbia generato un indotto di circa 2,72 miliardi di dollari, con un impatto fiscale di 272 milioni. Perché non pensare che, fatte le debite proporzioni, anche i musei italiani possano generare dinamismi di questo tipo?

Naturalmente i musei non sono nati per questo. E devono guardarsi dal finire ostaggio di logiche mercantili o commerciali, che sarebbero ancor più dannose del passato parassitarismo. Ma dimostrare di essere luoghi vivi, combattere il senso di soggezione che tiene troppo pubblico fuori dalla porta, ribaltare la percezione che si ha di loro è un fattore di novità importante. I musei sono una grande ricchezza per un paese come l’Italia. Una ricchezza in senso culturale ma anche sociale. Lo dimostra il caso del museo certamente più avanti in questo percorso in Italia, l’Egizio di Torino. Oltre ad essersi ingrandito, ad aver proposto un riallestimento indovinatissimo, e aver aumentato ancor più i numeri del pubblico, la direzione del museo torinese ha pensato anche a chi non potrà mai visitarlo. Così nei giorni di chiusura i curatori a turno sono andati a raccontare il museo nelle corsie degli ospedali o tra gli anziani delle Rsa. Questo vuol dire essere un museo vivo.



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