La fede malata e la misericordia

Le religioni muoiono? Il cristianesimo anche? A proposito di due libri recenti sulla fine delle religioni, uno di Giancarlo Rinaldi e l’altro di Philip Jenkins. PIGI COLOGNESI

04.04.2016 - Pierluigi Colognesi
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Andrej Rublëv, Cristo Salvatore (XIV sec.) (Immagine dal web)

Nei giorni a cavallo di Pasqua sono apparse due ampie segnalazioni di volumi accomunati dal tema: la morte delle religioni. L’uno (Giancarlo Rinaldi, Pagani e cristiani. La storia di un conflitto) cerca di spiegare come mai una religione così florida, socialmente diffusa e politicamente supportata qual era il paganesimo dell’impero romano “sia potuta soccombere di fronte all’avanzata di un nuovo credo religioso”, il marginale cristianesimo, che all’inizio era percepito come una strana “variante della religione del popolo ebraico”. L’altro (Philip Jenkins, La storia perduta del cristianesimo) ricorda che da quel primo trionfo sul paganesimo la religione cristiana non è passata di successo in successo; anzi intere aree un tempo fiorentemente abitate da seguaci di Gesù si sono ritrovate (per motivi di varia natura) deserte di fedeli cristiani. Infatti “più volte, nel corso della sua storia, l’albero della Chiesa è stato potato e tagliato, spesso selvaggiamente”. Impossibile non pensare alle fiorenti antiche cristianità del nord Africa e del Medioriente travolte dai musulmani, ma anche ai fatti di persecuzione di cui veniamo a conoscenza quotidianamente.

Sembra, dunque, che le religioni muoiano. E per dare un tono ancora più drammatico, Jenkins scrive: “Le religioni possono ammalarsi e indebolirsi, ma non muoiono spontaneamente: bisogna che qualcuno le uccida”. Io penso però che per il cristianesimo non succede così.

È indubbio che socialmente la Chiesa può attraversare momenti di severa riduzione della propria influenza sociale, essere scacciata da intere nazioni, perseguitata in altre, rimpicciolirsi fino al lumicino dal punto di vista numerico, ma io sono certo della promessa del suo Fondatore per cui per tutta la durata del tempo Lui avrà dei seguaci che documenteranno – magari in condizioni sociali miserrime – la sua vittoria e attenderanno il suo ritorno. Che, lo sappiamo, sarà glorioso anche se ad aspettarlo saranno in pochissimi, come immagina Vladimir Solov’ëv nel suo Racconto dell’Anticristo. Ovviamente siffatta certezza non genera indifferentismo nei confronti della fortuna o sfortuna storica del cristianesimo; anzi decuplica le energie per la missione.

La religione cristiana non si può uccidere. Essa abita nella ragione consapevole e nel cuore amante della persona che crede e la fede non può essere uccisa dall’esterno; semmai si può uccidere la persona che la professa. Come ha fatto a più riprese il paganesimo romano coi martiri, ottenendo – com’è evidente anche solo paragonando numericamente gli attuali credenti in Cristo con quelli in Giove Capitolino – un ampio insuccesso.

La religione cristiana non può essere uccisa dall’esterno della persona, ma soffocata dall’interno sì. Quando intere regioni del nostro tempo ubbidiscono a criteri che prescindono dalla fede, quando ampi territori del nostro pensiero rispondono solo ai nostri pareri, quando molte nostre prese di posizione sono motivate dalla presunzione saper già tutto, quando i gesti che la fede ci chiede sono così estrinseci da risultare pura abitudine, quando non si ammette neanche lontanamente la possibilità di essere corretti dall’autorità, allora sì che la fede è molto malata. E senza l’invocata grazia di una ripresa non sarà neanche necessario che venga la minaccia di una scimitarra infedele perché la si abbandoni e quindi, nella persona, muoia. Resta comunque la sempre incredibilmente possibile rinascita che si chiama misericordia.

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