Quando l’uomo non è a pezzi

Un nuovo libro dedicato alal vita del Santo Giuseppe Moscati aiuta a capire l’importanza della sua figura di laico impegnato e di cristiano. Ce ne parla GIORGIO VITTADINI

08.04.2016 - Giorgio Vittadini
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San Giuseppe Moscati

Un amico medico mi raccontava di aver sentito un paziente in un reparto di ospedale dire di essere ricoverato per un infranto. Colpito dal lapsus, gli aveva chiesto spiegazioni e quello gli aveva confidato che si era appena separato e che la sua vita stava andando in frantumi. Il mio amico concludeva che non si sarebbe potuta avere un’anamnesi completa e affrontare la cura di quella persona senza tener conto dell’esperienza che stava vivendo. Un piccolo esempio di come chiunque vorrebbe essere trattato.

Al contrario, è evidente il disagio che sentiamo di fronte all’iper frammentazione (che chiamano specializzazione) con cui siamo curati: l’epatologo considera solo ciò che riguarda il fegato, l’angiologo le vene, lo psichiatra la psiche e così via. E’ interessante, da questo punto di vista, leggere il bellissimo libro Laico cioè cristiano, San Giuseppe Moscati medico (ed. Piccola Casa Editrice) di Paola Bergamini, dove il racconto della vita del medico-santo vissuto in piena epoca positivista mostra in modo illuminante due cose molto semplici. La prima è che l’essere umano, il paziente, non è la somma delle sue parti e nemmeno la somma delle sue reazioni biochimiche e fisiche; la seconda che trattandolo con questa consapevolezza viene curato meglio. L’attenzione all’uomo concreto, non ridotto ai suoi aspetti materiali, gli fa cogliere subito il limite della medicina che riduce il paziente a un macchinario di cui si devono riparare gli ingranaggi che non funzionano più. “Il dolore va trattato non come un guizzo o una contrazione muscolare, ma come il grido di un’anima a cui un altro fratello, il medico, accorre con l’ardenza dell’amore, la carità”, dice.

Nella vita di Moscati c’è comunque più di questo, c’è la fede cristiana che – come dimostrano i tanti episodi narrati nel libro – lo porta a considerare ogni persona, dal cattedratico al più povero dei poveri di Napoli, un’occasione per conoscere qualcosa di Cristo, tanto che da subito diventa il medico di tutti, specialmente i più poveri che non potevano neanche pagarsi una visita.

La cosa interessante però è che per lui il rapporto con tutti gli aspetti della realtà è la possibilità di fare una profonda esperienza affettiva, mostrando che il nostro essere si compie aprendosi, e che tutto diventa così una risorsa.

Moscati cresce in un’epoca storica di grandi progressi scientifici, studia continuamente al punto da diventare uno dei più rinomati scienziati d’Europa, viene nominato docente di clinica generale dal Ministero della pubblica istruzione, direttore di ospedale e innovatore continuo (fu ad esempio un vero pioniere nell’utilizzo dell’insulina per curare il diabete). Scienza e fede, per lui, non sono mai state in antitesi fra loro: “entrambe dovevano concorrere al bene dell’uomo”, si legge nel libro.

Vivendo con questa apertura, non è difficile immaginare che avesse le “antenne” adeguate a captare la menzogna. Nel 1925 scrive l’introduzione a un libretto dell’Azione Cattolica sull’eugenetica che le teorie fasciste stanno cominciando a diffondere: “Non è senza scetticismo che si apprendono tali proposte, per eliminare i deboli, i tubercolotici, i sifilitici, i mentecatti dalla procreazione”.

Che fosse stato un medico di valore lo mostra il fatto che un popolo intero composto di gente che altrimenti non si sarebbe mai incontrata lo acclama unita al suo funerale.

La vita di Moscati mette in luce un crinale tra due posizioni che ha molto da dire anche ai cattolici di oggi.

La prima è il rischio di abbarbicarsi a principi (anche cristiani, anche pietistici) disincarnati con cui condannare i tanti fatti della vita personale o sociale che se ne discostano, chiamandosi fuori dalla vita quotidiana e concreta degli uomini (dal Non expedit ai tanti anatemi morali, gli esempi non mancano). La seconda posizione può essere simboleggiata da scelte come quella dell’Opera dei congressi impegnata a costruire un movimento cattolico di opere sociali ed economiche per il bene di tutti; e anche dalla scelta di don Luigi Sturzo che dalle elezioni amministrative di Caltagirone comincia a ricostruire la partecipazione dei cattolici alla vita politica.

In questo secondo contesto si situa il percorso di Moscati che da laico impegnato nella realtà vive una vocazione verginale di dedizione a Dio e giunge là dove i precetti morali della Chiesa, da soli, non riescono a incidere. Allora come adesso abbiamo bisogno di testimonianze.